LEGENDS

"Eddie Guerrero è morto": quelle lacrime che unirono tutti

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by Marco Enzo Venturini

Il 13 novembre 2005, esattamente 12 anni fa, Minneapolis si strinse in un unico abbraccio: lottatori buoni e cattivi, dirigenti e fan. Una tragedia aveva privato il wrestling della sua maschera.

"Eddie Guerrero è morto". Queste le inquietanti parole che accompagnavano il volto di Latino Heat sul sito della WWE il 13 novembre 2005, esattamente dodici anni fa. La foto scelta per l'ultimo saluto a Eddie lo ritraeva in un'espressione seria, livida.

Diversa dalle immagini da guascone che avevano caratterizzato buona parte della sua carriera, soprattutto nella compagnia di Stamford. Eppure, anche in quella immagine, Eddie sembrava tradire parte del personaggio che da sempre lo contraddistingueva: quello sguardo aveva una punta di scherno, quasi commiserazione.

Probabilmente quando gli era stata scattata voleva trasmettere all'obiettivo il solito messaggio: "Ma voi veramente volete credere a quello che vi sto facendo passare? Non dimenticatevi che io mento, inganno e rubo.

Così è sempre stato e così sempre sarà". Chi vi scrive, quel giorno, apprese della morte di Eddie esattamente in questo modo. Era andato sul sito della WWE senza un vero motivo, forse per ricevere degli aggiornamenti sulle imminenti Survivor Series, che come sempre catturavano la nostra immaginazione anche in quel novembre 2005.

Lesse quell'articolo e ci mise qualche secondo a realizzare che era tutto vero. Che era proprio successo. Che non era una storyline della WWE, che in quel periodo proponeva Eddie come un futuro alleato non necessariamente fedelissimo del World Heavyweight Champion Batista.

La prima reazione fu: "Ma perché lo hanno fatto morire?". Poi la presa di coscienza. Un pugno nello stomaco. Le lacrime, specie pensando all'enorme facciona del campione che campeggiava nella stanza di fianco, quella di mio fratello.

Era Eddie, nell'immagine promozionale di No Way Out 2004. Lo show che lo aveva laureato per la prima (e purtroppo ultima) volta campione WWE. Un'immagine che tanto cozzava con la realtà che quell'uomo così vitale, atletico, comunicativo e profondamente amato da tutti non c'era più.

Di Eddie, di ciò che il suo passaggio su questo pianeta ha comportato per i suoi innumerevoli fan, del suo percorso professionale e di redenzione, tanto si è detto.

E tanto è stato scritto. Lo abbiamo fatto anche noi, nel decennale della sua tragica scomparsa e poi anche quest'anno, in occasione del suo mancato cinquantesimo compleanno.

In questa triste ricorrenza vogliamo però ricordare come il mondo visse quella giornata irreale. La prima senza l'uomo che sul ring rappresentava la faccia migliore del wrestling. Quella scanzonata, ribalda, allegra e un po' furbastra.

La vera e propria sintesi dei motivi per cui il wrestling è tanto amato. Dall'America, dove ha assunto lo schema che ancora oggi conserva, fino ad ogni angolo del mondo. Perché Eddie Guerrero, nella vita privata come sul ring, non era un modello comportamentale.

Non era il John Cena di oggi, che persegue i valori più puri e sani della società e le cui azioni sono sempre permeate di lealtà, amore per il prossimo, compassione per gli ultimi e i più deboli.

E non era nemmeno l'AJ Styles di oggi, pulito, perfetto a livello tecnico, l'uomo che guardi e che ti fa capire come dovrebbe essere un lottatore professionistico. Eddie era tutti noi. Quello che sbaglia, ma alla fine ce la fa.

Quello che fa una fesseria, ma gli basta un'espressione del volto per farla franca. Quello che la vita non è vita, se non fai uno scherzo o non prendi bonariamente in giro coloro a cui vuoi bene. Quello che alla fine, ma sì, ridiamoci su.

Quello che ha un obiettivo, non necessariamente alla sua portata, ma tanto lo vuole e tanto ci crede che alla fine lo raggiunge. Si trattasse anche di battere un campione WWE della stazza di Brock Lesnar. Lui, che di poco superava il metro e settanta di altezza.

Eddie era scomparso all'improvviso, in una stanza d'albergo di Minneapolis. Era domenica, e ovviamente si trovava lì perché proprio a Minneapolis avrebbero combattuto nei giorni successivi i lottatori di Raw e SmackDown.

La fredda città del Minnesota si trovò quindi suo malgrado a diventare il teatro di una celebrazione funebre, tragica, commovente e appassionata. La botta era fresca per tutti, e nessuno era all'altezza di fronteggiarla.

Vince McMahon riunì tutti i suoi dipendenti, lottatori, dirigenti e commentatori, e pronunciò poche parole sullo stage. "Eddie Guerrero è morto". Le telecamere non sapevano su chi indugiare. Qualcuno, tra il pubblico, forse ancora nemmeno sapeva.

Internet non era quel mezzo presente in ogni istante delle vite di tutti noi che è oggi. Non c'erano smartphone. Non c'erano social network. Alle spalle del Boss, i lottatori guardavano chi in alto e chi in basso.

Nessuno riusciva a guardare in avanti. I tre ultimi, grandi rivali "cattivi" di Eddie, avevano il volto rosso, devastato dalle lacrime e dal dolore: erano Big Show, Kurt Angle e JBL. I cattivissimi Randy Orton, Triple H e Shane McMahon erano commossi.

Rey Mysterio si ritrovò ad abbracciare piangente Shawn Michaels, un collega che non aveva mai incontrato sul ring, né da alleato né da rivale. E che mai aveva affrontato Eddie. Il wrestling si era tolto la maschera, e lo aveva fatto nel nome di un ragazzo di appena 38 anni, la cui scomparsa aveva unito tutti.

Nessuno poteva rimanere impassibile, tutti avevano avuto modo di conoscerlo e amarlo. Anche se magari non lo avevano mai incontrato di persona o mai ci avevano combattuto. Nessuno forse era stato in grado di unire come lui. E, in quel giorno tristemente indimenticabile, tutti sentirono l'esigenza di uscire dai radicati schemi del wrestling, della storyline, della keyfabe.

Tutti uniti in un disperato urlo: noi siamo il wrestling. Eddie è la faccia più bella del wrestling. Ci mancherà. E deve sapere che questo è lo stesso per ognuno di noi. Chiunque sia e qualsiasi cosa rappresenti quando le telecamere si accendono e la prima entry music inizia a riecheggiare nelle arene.

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