AEW, Jon Moxley racconta: "Da ragazzo ho più volte infranto la legge"



by   |  LETTURE 1880

AEW, Jon Moxley racconta: "Da ragazzo ho più volte infranto la legge"

Renee Parquette ha inaugurato un nuovo podcast chiamatosi "Oral Sessions con Renée Paquette" Come suo primo ospite non poteva che esserci suo marito Jon Moxley, AEW Champion e protagonista in passato in WWE con lo Shield doveva aveva il nome di Dean Ambrose.

Nel corso dell'intervista Moxley ha trattato della sua infanzia, dei suoi inizi nel mondo del wrestling, di un arresto e di tanto altro.

Le parole di Jon Moxley nel podcast con la moglie

Ecco le parole di Moxley che è partito dalla sua educazione: "Ero un ragazzo abbastanza tranquillo, in generale tutte le persone mi descrivono come un ragazzo molto timido.

Non mi sono mai descritto come timido perché non voglio sembrare il tipo spaventato, semplicemente ero il tipo che non voleva esprimere la propria opinione. Sento che tante persone hanno bisogno di riempire i propri spazi ed i propri silenzi, per me non è così ed a volte non ho niente da dire.

Ma questo non vuol dire che sono timido. Da bambino se mi trovavo in luogo con persone con il quale mi sentivo a mio agio, diventato molto loquace. Vengo da una particolare area di Cincinnati chiamata Piccadilly, abbastanza nota per una cattiva reputazione.

È una vasta area di appartamenti dove tutti sono poveri e dove tutti combattono. Se guardi male qualcuno vieni attaccato. Ricordo in passato quando ebbi la mia prima bici, ero molto orgoglioso ed a quel tempo ero un bambino innocente.

La lasciai fuori al mio appartamento e mi derubarono, da quel momento capii che il mondo faceva schifo è che tutti fanno schifo. Tutti vogliono provare a prenderti qualcosa e da quel momento ho iniziato a non fidarmi di nessuno"

Poi il wrestler ha proseguito: "Ho iniziato a confondermi tra i cattivi ragazzi e quella per me era la sopravvivenza. In questo modo ottenevi forza ed emancipazione e stavi nel gruppo. Se qualcuno non chiudeva a chiave l'auto, noi entravamo e mettevamo le mani ovunque rubando soldi o quello che c'era nel vano portaoggetti.

Rubavamo perché non avevano soldi e per me non era qualcosa di strano, ormai rubare era diventato uno stile di vita. Anche ora che lavoro, sono così abituato a non avere soldi che non spendo nulla. Non ho bisogno di nulla e non ho visto costosi, non sento neanche il bisogno di comprare un'altra casa.

Posso vivere con un cent per i prossimi dodici mesi, l'ho già fatto e quello che faccio ora è più per la mia famiglia che per me. Sento la necessità di proteggere le persone che sono accanto a me"