Business is booming – L’odore dei soldi in WWE, Episode 4: The Franchise



by   |  LETTURE 1048

Business is booming – L’odore dei soldi in WWE, Episode 4: The Franchise

Siamo arrivati alla fine della nostra inchiesta. Dopo aver visto nella prima e seconda puntata come la WWE generi fatturato, e nella terza come gli accordi in Arabia Saudita siano fondamentali per il prossimo decennio, è arrivato il momento di capire come la WWE spenda i suoi soldi.

E in cosa investe una compagnia di wrestling? La WWE pubblica nel suo report annuale uno schema complessivo in cui non è possibile distinguere per voci di spesa, tuttavia possiamo fare alcune considerazioni. Innanzitutto il totale delle spese è enorme: nel 2019, a fronte di circa 960 milioni di dollari di incassi, la WWE ha speso circa 638 milioni di dollari in spese operative.

E se pensiamo alle spese che può sostenere una compagnia la prima voce che viene in mente è lo stipendio degli atleti. Sarebbe suggestivo ma non è questa la prima voce di spesa per la WWE. Gli atleti pesano per non più del 10% delle spese complessive, come già riportato qualche settimana fa proprio sul nostro sito.

Lasciamo da parte l’eterna polemica sulla disparità di pagamento tra uomini e donne, tuttavia è impossibile non notare che tra gli atleti più pagati c’è chi non combatte più regolarmente, ad esempio Steve Austin.

Ma perché è così pagato?

Perché nella famosa Attitude Era di cui abbiamo parlato prima ha creato la catchphrase più famosa della storia del wrestling con il suo Stone Cold 3:16, ancora oggi stampato a lettere cubitali su migliaia di magliette vendute nel pianeta.

Sarà mica per questo che ogni volta che la WWE annuncia una puntata con Stone Cold Steve Austin (ma potremmo allargare il discorso alla Legends Night) poi gli ascolti si impennano? E su queste magliette lui ci guadagna ancora le royalties, al punto da risultare più pagato di alcuni atleti che si fanno in quattro tutto l’anno per metter su delle performance di rilievo in televisione (con buona pace di Mustafa Ali e della Retribution).

Appurato che lo stipendio degli atleti non è la parte principale delle spese della WWE, come spende i suoi soldi la compagnia di Vince? Semplice: in tutto il resto. Forse non è sempre chiaro, ma mandare in onda dei programmi televisivi ha dei costi di produzione enormi tra affitto della location, macchinari, trasporti, etc.

Il ThunderDome permette alla WWE di mandare in onda i suoi show mostrando il volto dei suoi fans anche senza avere live audience, ma non è stato fatto in maniera gratuita, anzi è costato una quantità spropositata di denaro.

Tra l’altro la parola “ThunderDome” è un marchio registrato, esattamente come ogni altro contenuto che viene nominato negli spettacoli WWE. A Stamford sono rimasti scottati dall’affaire WWF, quando l’omonima associazione ambientalista vinse la causa per l’utilizzo del nome, e quindi sanno di non potersi permettere di perdere i diritti per quello che nel tempo è stato costruito.

Pertanto sono molto attenti a registrare qualsiasi logo o nome che loro ritengono utile per il loro business. Giusto per fare qualche esempio, la WWE ha comprato nel tempo i diritti per l’utilizzo dei nomi dei principali PPV della WCW, ed è per questo che oggi ci ritroviamo NXT che propone delle puntate speciali con quei nomi come Great American Bash o Halloween Havoc.

Analogamente, quando possibile vengono registrati i nomi della maggior parte dei personaggi che vediamo in televisione. E se questi dovessero andar via dalla WWE non potrebbero usare il nome con cui si sono fatti conoscere a Raw o SmackDown.

Chiedere a Dean Ambrose/Jon Moxley per maggiori chiarimenti.

Un business sorretto dal copyright

Sembra una cosa semplice ma depositare il nome o il logo di un brand non è una passeggiata: ci vuole uno studio legale che si dedichi solo a questo e bisogna pagare delle fees corpose per far si che i brand/nomi/loghi siano registrati a livello globale.

Provate a contare quanti atleti sono passati da Stamford, quanti nickname avevano (si, anche quelli sono marchi registrati), quante magliette hanno indossato, quante catchphrase sono diventate famose. Poi aggiungete i loghi della corporazione, degli show (Raw, Smackdown, NXT, NXT UK, i vari PPV, etc.) e tutto il resto.

È più che chiaro che queste spese sono una parte molto importante del bilancio WWE e non possono essere evitate. Ciò che non è chiaro è che le spese come queste rientrano tutte nella voce Marketing, accanto alla pubblicità in TV.

E le spese di marketing, a differenza delle spese operative, hanno un solo obiettivo: generare altri introiti. Ovvero, se un’azienda spende 1 dollaro in marketing, poi deve aspettarsi un ritorno di 3-4 dollari in incasso.

Ecco perché la WWE non perde occasione per mostrare i suoi brand, siano essi una maglietta o uno show televisivo, ed ecco anche la risposta al perché le Survivor Series (anche questo un trademark proprietà della WWE) siano diventate un brand vs brand concept: quale migliore occasione per mettere bene in mostra i propri marchi e i propri atleti di entrambi i roster? Abbiamo fatto un lungo excursus su ricavi e spese della WWE, l’unica multinazionale del wrestling attualmente attiva a livello globale.

La speranza è di aver chiarito quanto la visione economica dell’industria del wrestling sia rilevante e quanto il lato creativo degli show, per quanto possa essere quello più evidente a noi appassionati, non è il vero focus ai piani alti di una compagnia che si propone di intrattenere un’audience globale praticamente ogni giorno.

Fonti: bilancio pubblico WWE; blog Wrestlenomics

- Episode 1: The best for business

- Episode 2: Le fortune della WWE
- Episode 3: Arabia Saudita Calling