Business is booming – L’odore dei soldi in WWE, Episode 3: Arabia Saudita Calling



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Business is booming – L’odore dei soldi in WWE, Episode 3: Arabia Saudita Calling

Dopo aver mostrato nella prima e seconda parte della nostra inchiesta come la WWE generi fatturato e raggiunga gran parte del pianeta, è arrivato il momento di rispondere ad una delle domande che ci siamo posti all’inizio.

Posto che adesso la programmazione WWE è disponibile anche in Medio Oriente, ma perché si ostinano a proporci dei PPV con match fuori dalle normali storylines o con vecchie glorie non più all’altezza delle prestazioni di un tempo?

Di solito a questa domanda seguono considerazioni a tutto tondo, come “a noi non interessano”, “le nuove leve così non crescono”, “di questo passo la WWE fallirà”.

Innanzitutto rassicuriamo tutti: la WWE non fallirà, almeno non per queste scelte. Anzi, proprio questi eventi permettono alla WWE di fatturare più che con ogni WrestleMania. Non ci credete? Eccovi le prove: Il dato è impressionante e parla da solo: i 5 eventi tenuti in Arabia Saudita hanno generato un fatturato totale superiore alla somma di tutte le WrestleMania mai fatte.

E la ripartizione è chiara: gli sceicchi pagano 50 milioni di dollari ad evento, ovvero 100 milioni l’anno, per tenere degli show che poco hanno da invidiare al Grandest Stage of ‘em all in termini di preparazione, pubblicità e stage creati.

Per fare un paragone, la WrestleMania con il fatturato più alto di sempre è stata quella in Texas nel 2016. Ricavi: 17,6 milioni di dollari. Un terzo di quanto fatturato in un singolo evento tenuto in Arabia Saudita.

Giusto per dare un’altra misura, 50 milioni di dollari è quanto fatturato dalla NJPW in un intero anno solare.

Una visione di lungo termine

Non è da dimenticare che l’accordo con gli sceicchi ha una durata di 10 anni, il che significa che fino al 2028, ancor prima di iniziare l’anno, la WWE saprà sempre di avere un fatturato garantito di 100 milioni anche se in patria non mandasse in onda nulla.

Ovviamente non è tutto oro quel che luccica e quindi ci sono dei compromessi da accettare: gli sceicchi richiedono espressamente le performances di alcune Superstars, le donne non possono esibirsi (anche se qualche tentativo è stato fatto, è chiaro che il prodotto non è minimamente vicino a quanto proposto in ogni altra parte del pianeta) e le storylines possono essere accantonate qualora servisse.

Magari in futuro questi punti saranno trattabili e anche il pubblico locale sarà più maturo ma per il momento l’affare è questo, e viste le proporzioni è difficile criticare Vince per quanto stipulato.

Anzi, è facile immaginare che in futuro, visto il successo di questa operazione, non possa succedere lo stesso in altre regioni. D’altronde basta vedere la composizione geografica del fatturato per capirlo. Dal grafico appena riportato è possibile notare due cose molto facilmente: la prima è l’incremento nell’area Europa/Medio Oriente/Africa di più di 100 milioni dal 2017 al 2018, a testimonianza dell’affare già citato.

La seconda è l’incredibile disparità con l’area della Asia Pacifica che potrebbe essere altrettanto profittevole vista la cultura del wrestling in Giappone. Non stupiscono, quindi, certi rumor che vogliono la WWE in espansione anche in Cina o in India.

L’allargamento geografico a livello globale implica un’ulteriore considerazione: il prodotto sarà visto da fette di pubblico sempre più vaste e variegate, non solo da un punto di vista anagrafico ma anche culturale.

Ciò comporta che i personaggi degli show WWE devono essere superstar dall’appeal sia internazionale, ma banalmente anche dall’aspetto tale da poter essere esposto in tutto il pianeta e con ideali trasversali a varie culture.

Risulta quindi evidente che è più facile puntare su un big man che impressiona per la sua stazza, magari non tatuato e dal look accattivante, piuttosto che su una superstar che potrebbe risultare controversa.

Sia chiaro che non voglio necessariamente giustificare l’operato della WWE in quest’ottica, ma semplicemente far capire perché eventi come l’assenza di Sami Zayn e Kevin Owens negli show in Arabia Saudita, o l’accantonamento di gimmick anche vagamente estreme dal punto di vista culturale non devono stupire.

Ma allora sull’altare dei soldi si può sacrificare tutto? Comunque la si metta, far soldi è l’obiettivo principale di una compagnia, specialmente se esposta globalmente e quotata in borsa come la WWE.

Tuttavia bisogna dar atto alla famiglia McMahon di aver reinvestito sempre buona parte dei proventi nel business stesso.

Nella prossima puntata vedremo come la WWE investe i suoi ricavi per assicurarsi che questo business duri nel tempo.

Fonti: bilancio pubblico WWE; blog Wrestlenomics

- Episode 1: The best for business

- Episode 2: Le fortune della WWE