Business is booming – L’odore dei soldi in WWE, Episode 1: The best for business



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Business is booming – L’odore dei soldi in WWE, Episode 1: The best for business

That’s best for business. Tra il 2013 e il 2016 l’Authority non faceva altro che ripeterci che ogni decisione presa in WWE era esclusivamente per l’effettivo bene del suo business. Ma come poteva essere? Da anni il volto della compagnia, ovvero John Cena, era l’atleta più fischiato del roster nonostante fosse il top face per antonomasia, e stessa sorte stava toccando a Roman Reigns, il cui compito era esattamente quello di ricevere la torcia proprio dal leader della Cenation.

Gli anni passano e le polemiche sulla gestione creativa degli atleti non vanno via, anzi si rinnovano sulle spalle di altri atleti, siano essi le nuove star emergenti che leggende da Hall of Fame.

In questi mesi di assenza del pubblico dalle arene i fischi non li abbiamo potuto sentire, tuttavia ci ha pensato il megafono dei social media ad amplificare questo malcontento.

L’ultimo sdegno si è avuto poche settimane fa con il sorprendente ritorno di Goldberg, pronto a sfidare Drew McIntyre alla prossima Royal Rumble. Già, quel Goldberg che nei ricordi degli appassionati era una macchina indistruttibile e invincibile all’inizio di questo secolo, e che negli ultimi anni è diventato il simbolo del malcontento a causa di match e prestazioni non all’altezza della sua fama.

Chiedere ad Undertaker e Bray Wyatt per conferma.

Ma siamo sicuri che tutto questo sia “Best for Business”? Perché tornano così tante leggende? Perché si sono fatti (e si faranno) i PPV in Arabia Saudita? Perché un atleta non riceve un push adeguato e invece vediamo solo big men nel giro titolato? Perché le Survivor Series sono diventate un brand vs brand concept? Tante domande che possono generare confusione se non inquadriamo tutto nell’ottica del business che la famiglia McMahon ha messo su da generazioni.

Allora proviamo ad entrare nei conti della WWE e facciamo chiarezza sul perché delle scelte fatte ai piani alti di Stamford.

L’importanza della televisione

Che la WWE sia quotata in borsa e che guadagni miliardi di dollari non è certo un mistero, tuttavia bisogna distinguere le fonti di guadagno per capire la composizione del fatturato WWE.

E alla prima voce non può che esserci una sola parola: i media. La diffusione del prodotto è il primo problema per un imprenditore qualsiasi, figurarsi per gli imprenditori dello show-business che devono mostrare il prodotto continuamente, impressionando ed appassionando nel più breve tempo possibile i futuri acquirenti.

Per decenni gli spettacoli di wrestling sono stati come il circo, con le Superstar che erano letteralmente le attrazioni dello spettacolo.

È per questo che venivano reclutate persone dalla grossa statura, i famosi big men, capaci di lasciare sbigottiti gli spettatori solo con la loro presenza. In quel periodo l’unico introito per una compagnia di wrestling era unicamente il prezzo del biglietto pagato dagli spettatori.

Con l’avvento della televisione le cose cambiano: gli spettatori non sono più soltanto nel luogo fisico dove si tiene lo show ma anche a casa loro, e ciò comporta un contratto per la trasmissione dell’evento via cavo o antenna, oltre a guadagni dai contratti pubblicitari e dalla vendita di VHS.

È la svolta per il business: i maggiori ricavi permettono show più ricchi e particolari, con ovvio aumento dei costi di produzione. Per anni, e nonostante l’avvento di Internet, il buon Vince ha fatto miliardi grazie ai contratti televisivi che è riuscito a stipulare, prima in patria e poi nel resto del mondo.

Come si può vedere dall’immagine, i ricavi netti ottenuti dai media sono sempre la parte più corposa, arrivando a toccare il 75% circa dei ricavi totali dell’azienda nel 2019.

Nella seconda parte entreremo più in dettaglio nel fatturato WWE, andando a capire cosa davvero costruisce la fortuna della famiglia McMahon.

Fonti: bilancio pubblico WWE; blog Wrestlenomics