Speciale Dirty Deeds - La WWE salta l'Italia (ma evitiamo crisi di panico)


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Speciale Dirty Deeds - La WWE salta l'Italia (ma evitiamo crisi di panico)

La notizia che la WWE non verrà in Italia nel novembre 2019 era nell'aria da diversi giorni, ma è divenuta ufficiale nel corso di mercoledì 10 luglio, una delle giornate più nere degli ultimi tempi per i fan nostrani della compagnia di Stamford e in generale della disciplina (che, volenti o nolenti, ha proprio nella WWE la sua più grande rappresentante in giro per il mondo).

Tanto da generare un piccolo "effetto psicosi" nelle scorse ore. La prima, inevitabile e istintiva reazione è stata quella di una diffusa rabbia. Giustificatissima, soprattutto da parte di chi il suo biglietto già se l'era comprato, che fosse per la tappa di Firenze o per quella di Milano.

Quindi è scattata una "sindrome dell'abbandono" ("La WWE non ci pensa"), qualcuno si è sentito di volersi prendere una personale vendetta ("Non li guardo più") per poi rendersi conto dell'assoluta inutilità dell'operazione.

Ma in generale ci siamo sentiti una volta di più "periferia del mondo" per quanto riguarda questa disciplina che tanto amiamo e per cui spesso veniamo anche giudicati in patria, da quella fetta mai sufficientemente piccola di popolazione che non perde occasione per definire il wrestling "una buffonata", "una bambinata", "una pagliacciata", "roba finta", "roba da drogati" e tutto ciò che ognuno di noi si è sentito dire e ripetere mille volte da amici, parenti e conoscenti scettici.

Cosa c'è di vero? Qualcosa, ma meno di quanto si potrebbe pensare. Sì, la WWE ha cancellato due date italiane, le uniche dell'anno (dopo l'equivoco della data di Genova del 18 maggio 2019). E per un anno intero il carrozzone Made in Stamford non si farà vedere in nessuna forma a casa nostra.

Ma ci sono diversi ma. Intanto è giusto sottolineare che la WWE sta vivendo mesi di grandi scossoni, con diversi Live Event saltati anche in America a causa delle noie della Wild Card Rule, e poi c'è l'Arabia Saudita.

Chiaro che l'accordo con la nazione mediorientale impone scelte anche parecchio difficili, come abbiamo visto l'anno scorso a Crown Jewel (con le donne costrette a tornare a casa e l'operazione Evolution arrivata in curiosa concomitanza con la trasferta saudita) e anche quest'anno a Super ShowDown, con diversi atleti che non sono stati accettati o che si sono rifiutati di prendere parte all'evento.

Ma i soldi che la WWE incamera da questo accordo sono tanti, e costringono l'azienda (che in quanto azienda deve guardare anche al fatturato) ad agire di conseguenza. Non solo l'Italia ha pagato per gli accordi tra WWE e Arabia Saudita: anche l'Inghilterra si è infatti vista annullare diverse date.

E certamente nessuno penserà che alla WWE gli inglesi non interessano, dato che ora ospitano un'apposita divisione, con titoli dedicati, e svariate palestre e centri d'allenamento. Quindi non siamo una meta di serie B o C, visto che anche in Inghilterra la WWE si vedrà molto meno nel corso di novembre.

La grossa differenza è che noi due date avevamo, ed entrambe sono saltate. E fa male. Ma questo non significa che la WWE sparirà dall'Italia. Così come non significa che sparirà dalle nostre televisioni, come tanti stanno sospettando in relazione ai fatti di Firenze e Milano: questo noi non abbiamo modo di saperlo, sappiamo che c'era un contratto che finirà nel 2020 e che al momento tutto tace.

Sappiamo però anche che televisivamente la WWE sta cambiando molto, e in molti posti. Quindi cautela: fino a che nulla di ufficiale uscirà, stiamo tranquilli e aspettiamo. E intanto cosa possiamo fare per non uscire dai radar della compagnia? Quello che dovremmo fare sempre: i tifosi.

Essere uniti, compatti, mostrare a noi stessi e anche alla stessa WWE che il suo prodotto ci interessa. Magari ci aspetteremmo qualcosa di più, e abbiamo il diritto di criticarla, ma ci interessa. E vogliamo che lo sappia.

Quindi occorre forse che il movimento degli appassionati italiani trovi unità e eviti quanto più possibile di frammentarsi in clan, che poi si dividono in miniclan che si dividono a loro volta. E discutono, litigano costantemente, spesso su questioni davvero di poco conto.

Noi amiamo il wrestling, chi fa wrestling dice che il wrestling non sarebbe tale senza tifosi. I tifosi siamo noi, viviamo in un Paese che il wrestling spesso non lo capisce, ma noi sì. E quindi dovremmo provare a essere un'unica grande famiglia, che si emoziona insieme e - perché no - litiga.

Ma è un'unica famiglia. Del resto l'Italia è passione, e se la passione si spegne anche chi guarda da fuori non può fare altro che accorgersene.