Roman Reigns: thank you, ma non siamo pronti per questo



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Roman Reigns: thank you, ma non siamo pronti per questo

Mi sveglio controvoglia, assonnato come sempre. È martedì mattina e c’è un’eccezione significativa al mio rituale mattutino: non prendo il caffè. Sacrilegio. È il segno che qualcosa non va, che qualcosa è cambiato nel mio animo senza che ne sia consapevole.

Interrompo le trentatre sveglie impostate in caso di sonno comatoso, sento lo squillo di whatsapp. Dall’anteprima vedo che si tratta di Ettore, un mio amico a cui piace il wrestling, uno dei pochi a dirla tutta. C’è scritto: mio dio, mio dio.

Capisco si tratti di Raw, prova sempre a rovinarmi tutto con qualche spoiler. Gli dico, praticamente subito: «Sappi che lo guarderò stasera, non rompere». Risponde: «Guarda solo i primi cinque minuti».

Sono in leggero anticipo per il lavoro, quindi prendo la puntata registrata e aspetto in piedi di vedere quale straordinaria sorpresa mi riserverà l’ultimo Raw. Entra Roman Reigns in tenuta non da combattimento, si levano i soliti buu sparpagliati, lui serio raggiunge il ring e si prepara per un promo.

Immagino dica che spaccherà il c*** a Brock Lesnar e a Braun Strowman a Crown Jewel e mi chiedo cosa ci sarà di tanto scioccante. Roman Reigns dice di chiamarsi Joe e che il demone peggiore è tornato: Roman Reigns, anzi Joe, ha la leucemia.

L’aveva già superata, ed è tornata. La solidarietà si fa largo tra il pubblico giustamente attonito (a proposito, chi fischiava il personaggio fino all’altroieri – esagerando – non pecca di incoerenza se ora sostiene e prega per l’uomo), la cintura Universale è sola al centro del ring, tutti siamo più soli ora che Roman se n’è andato.

Lo avvertiamo subito, tutti quanti. Seth e Dean lo raggiungono sulla rampa d’ingresso, lo abbracciano rompendo la quarta parete senza romperla. Scendiamo tutti a patto con la finzione nel momento in cui la finzione viene meno.

Vogliamo bene a Roman Reigns, il Grande Gatsby del wrestling: tutti abbiamo partecipato alla sua festa, nessuno di noi ha partecipato alla sua intimità, all’uomo dietro l’atleta straordinario. C’è troppa verità, è troppo cruda, nel promo d’arrivederci di Roman Reigns.

Sembra che a parlarci sia sempre stato tale Joe, un professionista esemplare – a detta dei colleghi, chi più affidabile di questi? -, un personaggio tutto sommato vincente, come dice lui stesso. «Ho diviso, quindi sono riuscito nella mia missione».

Ha ragione. Da vendere. Tant’è che chiunque, adesso, vorrebbe stargli vicino. Circondare quell’omone in un abbraccio e dirgli: «Credici, tornerai». Eppure se Roman Reigns tornerà mai in azione non lo sappiamo.

Le belle frasi sul calciare in c*** la malattia, il demone, il mostro, sono solo belle frasi. Incoraggiano, sì, ma lasciano il tempo che trovano. E allora oggi ho ripreso la mia routine, ho preso il caffè, ho rimandato la visione di Smackdown Live (non so se avrò la forza di guardarlo, a dirla tutta).

E ho pensato a un fatto che mi è successo qualche anno fa: liveshow ad Assago, Milano, il main event prevede che Bray Wyatt affronti il campione WWE, Roman Reigns. Io sono un fan di Bray Wyatt, di quel Bray Wyatt, un fan sfegatato.

Il match comincia e subito il Guru della palude si infortuna a una caviglia, è ko. Roman prende il microfono, rompe il personaggio, e dice al pubblico, a noi insomma, scandendo bene ogni parola perché capiamo, che fa parte del gioco.

Del mettersi in gioco.
Oggi ho pensato a Roman Reigns, è da ieri che ci penso a dire il vero. E ho pensato al fatto che per l’ennesima volta si sia messo in gioco. Oscillando tra personaggio e uomo, sicuramente soffrendo, lontano dalla famiglia che lo aspetta e in mezzo alla gente che partecipa alle sue feste senza nemmeno sapere il suo nome di battesimo.

Io non sapevo che Roman si chiamasse Joe, non sapevo che in passato ha combattuto il demone. So solo quello che ho visto: e ho visto che di nuovo si è messo in gioco. Quindi mi unisco al coro, salgo anch’io sul carro, e lo ringrazio.

Grazie Roman, ma non siamo pronti. A questo no, non siamo pronti. Non scherzare, torna. Fai quel che devi fare e poi torna. Perché il wrestling ci fa tornare i bambini, e ai bambini certe storie non le puoi raccontare.