Dirty Deeds - Verità scomode: la sottile differenza tra Underdog e Big Dog


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Dirty Deeds - Verità scomode: la sottile differenza tra Underdog e Big Dog

L'inutilità di Backlash è dimostrata dal fatto che sia Raw che SmackDown sono ripartiti lancia in resta puntando a Money in the Bank omettendo tutto ciò che è successo nel ppv di maggio (ossia niente).

E, in vista dello show che per eccellenza premia gli sfavoriti o le stelle emergenti, il confronto tra ciò che propone Raw e la risposta di SmackDown è imbarazzante. A Raw si ostinano a volerci far credere che ci sono un campione abusivo, con un regno scolpito nel granito e inscalfibile, e un primo sfidante vittima di una serie di circostanze a lui avverse (sfortuna, ma anche l'opposizione del regime) che gli hanno impedito la definitiva esplosione.

Il problema è che la gente è perfettamente consapevole che la verità sia un'altra: Roman Reigns è il figlioccio prescelto dalla dirigenza, destinato non solo a dominare la WWE, ma solo nel momento in cui il suo dominio sia anche accettato e celebrato dal pubblico.

E quindi stiamo assistendo a un progetto sempre uguale negli anni e che viene via via rimandato non perché "Roman non sia ancora pronto", ma perché "i fan non sono ancora pronti". E saranno pronti quando ameranno Roman, si strapperanno i vestiti per lui, lo isseranno al cielo come faro del WWE Universe e dell'umanità tutta verso una nuova e sfavillante era.

Peccato che le cose non stiano così. I tentativi di proporre e riproporre Roman come volto della compagnia sono stati troppi, e si sono tutti tradotti in altrettanti fallimenti. E il tempo che passa rende la missione sempre più impossibile, in particolare se la WWE tenta di raccontarci una storia opposta rispetto a quella che è la verità sempre più evidente dei fatti.

Roman Reigns non può presentarsi a Raw, come ha fatto lunedì nella puntata di Long Island, affermando che vorrebbe affrontare di nuovo Lesnar e non può farlo per colpa della WWE che non glielo permette: è ridicolo, nessuno può bersela, è una storia verso cui nessuno può provare empatia.

E infatti stavolta il pubblico newyorkese non ha nemmeno risposto con la solita selva di fischi, ma con un sonoro "WHAT?!?" che dovrebbe spiegare tutto. La WWE sta trasmettendo al pubblico la sensazione che non sia Roman al centro di qualche sorta di complotto, ma che il complotto sia addirittura contro l'intelligenza degli stessi fan: possibile che qualcuno davvero creda che possiamo berci una storia simile? SmackDown, dopo il disastroso 2017-2018, sembra invece aver finalmente rialzato la testa.

La risposta al titolo di Brock Lesnar, ormai svuotato di significato, è rappresentata da un AJ Styles sempre più simbolo dello show. Il suo rivale Shinsuke Nakamura sta faticosamente cercando di crearsi un personaggio che abbia una sua logica, ma ormai sembra già essere stato superato.

E si guarda a Money in the Bank e a chi possa essere il candidato ideale per mettersi sulle tracce del WWE Champion. Per forza di cose gli occhi di tutti sono puntati su Daniel Bryan, che esattamente come Roman Reigns è presentato come un "eroe dai mille problemi".

La differenza è che Daniel Bryan funziona: lo fa a livello tecnico, empatico, di presenza, di sceneggiatura. Lo Yes Man ha per ora fallito l'ingresso nel Money in the Bank Ladder Match, perché sconfitto da Rusev e salito sul ring in condizioni precarie dopo la mattanza subita da Big Cass a Backlash.

A Baltimora abbiamo visto un lottatore gettare il cuore oltre l'ostacolo, tentare il tutto per tutto, giocare tutte le carte a sua disposizione per riacciuffare un traguardo alla sua portata in termini assoluti, ma non ora.

E fallire. Il volto disperato di Daniel a fine puntata racchiude tutto ciò che un Underdog dovrebbe essere. Tanto cuore, tanta grinta, tanti ostacoli, un traguardo che sfuma. E la gente che freme per te, non vede l'ora di rivederti provare.

E di trascinarti fino al successo. Le stesse carte che in WWE stanno provando a giocare verso Roman Reigns. Che però è il Big Dog, non un Underdog. E non potrà esserlo mai, rendendo la missione fallita in partenza.

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