Dirty Deeds - Speciale Dolph Ziggler: 20 anni di futuro alle spalle, un onesto grazie



by MARCO ENZO VENTURINI

Dirty Deeds - Speciale Dolph Ziggler: 20 anni di futuro alle spalle, un onesto grazie
© WWE YouTube / Fair Use

Avete presente quella strana sensazione che provate quando ormai siete talmente abituati alla presenza di qualcosa (o qualcuno) che date per scontato che ci sia? Non vi fa nessun effetto, quasi mai, ma in qualche modo la sua presenza vi rassicura. C'è o non c'è non cambia niente, ma intanto c'è. E nessuno si farà male. Poi però nel momento stesso in cui viene meno, immediata arriva una fitta di nostalgia ripercorrendo quel tempo infinito, quasi sospeso, galleggiante, e che a un certo punto è finito. Imprevedibilmente. Ecco: questa potrebbe essere la sensazione dominante nella prima sera dal 2008 che si conclude senza che Dolph Ziggler sia sotto contratto con la WWE (dal 2004, se calcoliamo a partire dai tempi della OVW). Eppure dietro c'è molto altro. E dovremmo tutti quanti avere l'onestà di riconoscerlo.

Dolph Ziggler e 20 anni di promesse non mantenute

Riassumere questi quasi vent'anni di Nick Nemeth nel wrestling di casa Stamford non è compito facile. Nei suoi 1.702 match (John Cena ne ha calcolati 1.554, ma ha saltato DCW, OVW, FCW e anche NXT), lo Show Off è riuscito a dividere le opinioni generali come pochi altri protagonisti dei ring WWE dalla carriera tanto longeva. Ma se lo dobbiamo fare, probabilmente, i concetti base che verranno alla mente saranno sostanzialmente quattro: "talento sprecato", "promessa mancata", "personaggio piatto" e "carattere di m***". Beh: non sono tutti proprio giustificatissimi.

La verità è che la WWE in Dolph Ziggler ha sempre visto qualcosa, e ha perfettamente capito che quel qualcosa aveva un valore. Al contempo, però, non è mai realmente andata fino in fondo. Era addirittura ottobre 2016 quando gli dedicammo il suo primo Dirty Deeds, definendo lui e il coetaneo Cesaro due vittime della "sindrome di Balto". Entrambi erano (già all'epoca) troppo poco per i titoli intermedi, ma non abbastanza per essere materiale da titolo assoluto. Proprio come il protagonista dell'omonimo film (né cane, né lupo) sapevano soltanto quello che non erano. E curiosamente entrambi hanno lasciato la compagnia non liberandosi di questa ingombrante etichetta.

Le (non poche) occasioni di diventare grande

Perché Dolph Ziggler di occasioni per diventare grande davvero ne ha avute parecchie. A parte il famoso incasso del Money in the Bank nel 2013 (tutt'ora uno dei segmenti che più scatenò l'entusiasmo del pubblico di Raw, nonostante il protagonista fosse un cattivo), poi degenerato in un regno sfortunatissimo e concluso a causa di una commozione cerebrale, momenti di autentico splendore non sono mancati nemmeno negli anni successivi. Si pensi alle Survivor Series 2014, che di fatto lo resero top face della WWE insieme a Daniel Bryan e (in parte) Dean Ambrose. Si pensi alla splendida, profondissima faida con The Miz nel 2016. Ma non ci si dimentichino anche i match sensazionali fatti per esempio contro John Cena nel 2015 o la serie con Seth Rollins nel 2018.

Il problema è che il suo personaggio solo in rare, rarissime occasioni ha avuto non solo spessore, ma una vera e propria dimensione. E qui sta il vero spreco, visto che chi lo interpretava ci sa fare eccome. Basti pensare al 2011, quando a SmackDown c'era un Dolph Ziggler noiosissimo nei panni del toy boy di Vickie Guerrero, che però su YouTube era imperdibile come nemesi di Zack Ryder nel suo 'Z! True Long Island Story'. Il contrasto tra questi "due Dolph" era all'epoca letteralmente straniante.

L'avversario perfetto per tutti, tranne che per la WWE

Ma Dolph Ziggler è stato anche altro. È stato un tappabuchi per eccellenza di campioni che necessitassero uno sfidante di transizione (senza fare particolari ricerche ce ne vengono in mente al volo almeno quattro: Dean Ambrose, AJ Styles, Kofi Kingston, Drew McIntyre). È stato l'uomo chiamato dalla stessa WWE a fare da palestra vivente per le attesissime stelle appena chiamate nel main roster da NXT. Soprattutto è stato colui che ha permesso a Goldberg di lavare l'onta del quasi omicidio-suicidio saudita con Undertaker, facendo fare a Da Man una figura dignitosissima a SummerSlam 2019. Chi meglio di lui per far risplendere un avversario, nella WWE odierna? Ce ne sono pochi.

Però, in particolare nell'ultimo caso tra quelli appena citati (ma anche in buona parte dei precedenti) qual è stato il premio per la sua dedizione alla causa? Inchiodarlo per sempre nei panni del rosicone invidioso, con il tormentone dello "It should have been me" divenuto prima insopportabile e poi sostanzialmente un meme. Questo nel migliore dei casi: perché nel peggiore a Dolph Ziggler è stata anche pubblicamente strappata la dignità (e anche di questo ne abbiamo parlato già all'epoca).

Quando Dolph Ziggler diventò il suo stesso "It should have been me"

La domanda è: perché tutto questo? Cosa ha fatto un professionista che per vent'anni non ha mai cambiato casacca per meritarsi un trattamento del genere? Certo, quelle dichiarazioni a cavallo tra il 2012 e il 2013 si potevano sicuramente evitare. Ma che Dolph Ziggler abbia fatto di tutto per farsi perdonare era sotto gli occhi di tutti. Eppure la sua redenzione non è mai arrivata davvero. Sono solo rimasti i rimpianti, gli aggettivi "sprecato", "mancato". E quel futuro radioso che non ha mai cambiato forma, ma è diventato passato prima che fosse realmente presente.

E alla fine "It should have been me" è diventata la realtà di questo ex ragazzo di 43 anni. Colui che ne ha passati 20 a inseguire un futuro che da lungo tempo aveva ormai ampiamente alle sue spalle. E a cui probabilmente dovremmo almeno dire un onesto "grazie". Almeno tra noi fan di wrestling. Altri, probabilmente, dovrebbero aggiungere un sommesso "scusa".

Dolph Ziggler