Dirty Deeds - Verità scomode: Royal Rumble, la WWE ha fatto 30 ma poteva fare 31

Dimenticare lo strazio del 2022 era doveroso e la missione è stata compiuta, su alcuni dettagli però la compagnia si è persa in un bicchier d'acqua.

by Marco Enzo Venturini
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Dirty Deeds - Verità scomode: Royal Rumble, la WWE ha fatto 30 ma poteva fare 31

Tanti elogi per una Royal Rumble che nel 2023 ha ritrovato la propria dignità, grazie a una WWE che ha scritto lo show in maniera logica, ha dato ai fan i vincitori che volevano (o quantomeno che era lecito attendersi) nelle risse a 30 uomini e a 30 donne e ha finalmente dato via a una vera Road to WrestleMania dopo anni in cui aveva preteso che si scrivesse da sola. Ma è davvero tutto oro quel che luccica? Non proprio. Ma andiamo con calma.

Royal Rumble: le differenze (di partenza) tra il 2022 e il 2023

Il paragone più prossimo, va detto, permetteva alla WWE il lusso di poter sbagliare a proprio piacimento o quasi. Perché far peggio rispetto al 2022 era un compito pressoché impossibile. E va anche detto che la compagnia si trova anche in una fase diversa della propria narrativa, in particolare per quanto riguarda Roman Reigns e la Bloodline. Allora c'era ancora bisogno (quantomeno per chi sta ai vertici di Stamford) di ulteriori acknowledgiamenti per il campione samoano (che infatti all'epoca era ancora "soltanto" Universal Champion), e infatti tutta la costruzione verso WrestleMania mirava a rendere il Tribal Chief e i suoi soci Usos progressivamente campioni di tutto. E per le donne c'era un progetto Ronda Rousey ancora in pieno sviluppo, senza alcuna sensazione che sarebbe stato un fiasco totale. Nel 2023 è diverso.

Quest'anno infatti c'è Cody Rhodes, la cui favola di rinascita e per certi versi redenzione ha appassionato tutti prima ancora che sia ancora realmente scritta. E poi c'è Rhea Ripley, che si è ritrovata quasi casualmente nei panni di lottatrice più seguita, ambita, amata e temuta dell'intero roster grazie a una piega dentro il Judgment Day su cui in pochi avrebbero puntato anche solo qualche mese fa. Una stable fallimentare, che accoglie un figlio di papà che nessuno sopporta e che lo fa legare con criteri quasi da telenovela a una super ex campionessa che aveva fallito la sua prima corsa all'oro nel main roster. Poteva diventare un disastro. E invece ha funzionato talmente bene che ora tutti vogliono Rhea, e l'hanno avuta. Così come hanno avuto Cody. Ma c'è un ma. Anzi, più di uno.

Quel numero 30 che si poteva evitare

Partiamo dalla Royal Rumble maschile, i cui pregi sono sotto gli occhi di tutti. Il vincitore che tutti volevano, una prova monumentale di Gunther, un decorso armonico dall'inizio alla fine con pochi momenti morti, diverse storie che puntano a WrestleMania (Brock Lesnar contro Bobby Lashley, Dominick contro Rey Mysterio, Edge contro il Judgment Day, Seth Rollins contro Logan Paul) che hanno visto scrivere nuovi capitoli. Due però gli aspetti su cui qualche dubbio resta. Il primo è più complicato, e lo analizzeremo dopo: la rissa a 30 uomini come opener. L'altra la sbrighiamo subito: Cody Rhodes con il numero 30. Chiaro che l'American Nightmare vada preservato dopo il terribile infortunio, ma per compiere la sua favola non sarebbe stato più funzionale farlo entrare un po' prima? Evitando la trappola del numero 1 o 2 (già vista da troppo poco tempo), un bel numero tra il 18 e il 25 non gli avrebbe fatto forse meglio?

Immaginiamocelo: l'eroe del pubblico arriva poco dopo metà Rumble, subito indovina alcune mosse d'impatto e magari un paio di eliminazioni, poi un avversario di peso lo attacca, lo mette in difficoltà e lo costringe a una fase anche lunga di riposo. Poteva essere anche lo stesso Gunther: in questo modo la vittoria finale di Cody sarebbe stata ancora più epica. Perché avrebbe eliminato lo stesso uomo che minuti prima sembrava una ulteriore montagna impossibile da valicare per lui, specie dopo una fase così lunga lontano dal ring.

Royal Rumble e quel finale spettacolare: pure troppo...

E la Royal Rumble come opener? Ovvio: serviva per dare spazio all'implosione della Bloodline, prevista al termine di Roman Reigns vs Kevin Owens. E parliamoci chiaro, spazziamo via il campo dal rischio di non capisci: quel segmento è stato spettacolare. Però lo stravolgimento della card ha reso ovvio sin dall'inizio dello show che il main event sarebbe stato quello, e soprattutto che Royal Rumble (come evento) sarebbe finito in maniera poco pulita. Alla fine così è stato, con tanti fischi verso il campione e la folla tutta per Sami Zayn. Missione compiuta, certo: ma questo non ha tolto attenzioni a Cody Rhodes, che sarebbe dovuto essere il protagonista assoluto della serata? Del resto ha vinto l'incontro che dà il nome allo show! E invece la sua impresa rischia di essere oscurata. E, visto l'alta qualità generale, questo è davvero un peccato.

Poi non giriamoci intorno: Bray Wyatt ha vinto nel suo match di ritorno, l'atteso Mountain Dew Pitch Black Match, con la scelta di colorare tutto al neon e infarcirlo di scritte promozionali che certamente non ha giovato al suo character. Dove si è mai visto un demone che entra in azione con uno sponsor al seguito? E anche questo è un bel peccato, perché potrebbe togliere aura a un personaggio che proprio di aura vive, e se perde la magia rischia di non andare lontano. E peccato per alcuni momenti della rissa femminile in cui la WWE proprio non è riuscita a portare sul ring uno starpower degno di nota. Ma tant'è, anche quel match è stato scritto alla grande e ha visto forse il finale migliore da quando la contesa si è aperta anche alle atlete (con la "nuova" Asuka che ha reso vibrante un finale che in nessuna altra possibile circostanza lo sarebbe stato). Sono le poche, quasi impercettibili crepe in quel solido palazzo che la compagnia ha progettato per Royal Rumble. Un evento in cui si poteva fare 31. Ma in cui, forse in onore all'incontro che dà il nome al tutto, ci si è fermati a 30. Che è comunque un risultato più che notevole, ci mancherebbe. Con la possibilità non sfruttata, però, di fare ancora meglio.

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