Dirty Deeds - Verità scomode: 10 anni dopo si può dire, il primo Shield è un classico



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Dirty Deeds - Verità scomode: 10 anni dopo si può dire, il primo Shield è un classico

Quando è lecito iniziare a parlare di "effetto nostalgia"? Quella sensazione di "da quando Senna non corre più, da quando Baggio non gioca più, non è più domenica" che cantava Cesare Cremonini in una delle sue più celebri canzoni? Anni, certamente. Ma per qualcuno forse 10 sono troppo pochi. Difficile, se si è in età adulta, provare addirittura un sentimento di struggente malinconia per qualcosa che comunque la propria memoria può chiaramente ricostruire con dovizia di particolari. Eppure questo non è solo il sentimento dominante per il fan di wrestling se si fa il nome dello Shield. Ma addirittura lo era anche nelle ultime, più recenti incarnazioni del Trio dei Mastini della Giustizia. Quando magari dalla versione originaria di anni ne erano trascorsi appena cinque. E questo qualcosa vorrà pur dire: vediamo esattamente cosa.

18 novembre 2012: quel giorno di 10 anni fa in cui la storia si scrisse

La storia (lo dicevamo nella premessa) è talmente recente che non vale quasi la pena perdersi in particolari. Lo scenario erano le Survivor Series del 2012, il WWE Champion, cattivo, apparentemente inaffossabile e rappresentato da Paul Heyman (toh, come adesso!) era CM Punk. Doveva essere il cattivo di turno, ma la compagnia presentava come suoi principali ostacoli l'ormai indigesto John Cena e l'indigeribile Ryback, peraltro tutti e tre coinvolti nel match titolato dell'ultimo Big Four dell'anno. A un certo punto, però, sarebbe subentrato qualcosa di troppo superiore a tutti e tre. Sì, anche al campione che avrebbe mantenuto quella cintura per un totale di 434 giorni.

Arrivarono tre uomini, di nero vestiti, dal pubblico, e se la presero innanzitutto proprio con Ryback. Erano "sconosciuti", ma una volta tanto in parte lo erano davvero. "Ma...è Roman Reigns di NXT! Dean Ambrose! Seth Rollins!", fu l'ordine con cui il tavolo di commento riconobbe i tre rivoltosi. In realtà Rollins era già ampiamente noto al grande pubblico del wrestling (non solo in quanto NXT Champion in carica, ma per i suoi lodevolissimi trascorsi nelle indies come Tyler Black, a partire dalla ROH), Ambrose era un po' più oscuro dato che prima dell'approdo a Stamford era specializzato soprattutto nei Death Match, mentre Reigns era davvero ignoto ai più. Eppure già in quel momento si capì che qualcosa di davvero grosso stava probabilmente succedendo. E dieci anni dopo la riprova è chiara agli occhi di tutti.

Lo Shield del 2012: qual era la sua forza, qual è il suo fascino

La forza del primo Shield era data non solo dal fascino dei suoi tre componenti e della condivisibilità della loro missione per il fan adulto della WWE. La vera rivoluzione derivava dal fatto che ognuno di loro aveva un ruolo ben definito e un'importanza sostanzialmente pari a quella degli altri. Il primo leader dello Shield in realtà era chiaro (e chi dice il contrario è in malafede) e rispondeva al nome di Dean Ambrose. Era lui che di base prendeva la parola e si pronunciava a nome anche degli altri. Seth Rollins ben presto fu individuato come il cervello della banda, e infatti proprio lui fu cruciale per impedire che il terzetto implodesse quando arrivarono i primi malintesi. Roman Reigns di solito concludeva i loro interventi al microfono, difficilmente pronunciando più di 4 o 5 parole. Lui era la sentenza. E così era anche nei match, dato che a lui era dato il compito di chiudere le contese.

Tutti importanti, tutti indispensabili. Valla a trovare una stable così.

Questo fu il fascino di questo gruppo, che anche quando continuava ad attaccare ogni possibile buono senza capire esattamente per quale cattivo lavorasse (CM Punk, Paul Heyman, Triple H, Vince McMahon?) nessuno riuscì realmente ad odiare. E che tutti volevano vedere con l'oro intorno alle vite. Tanto che (e anche qui chi dice il contrario è in malafede) nella loro ultima Royal Rumble da Shield, chiunque adorò il dominio totale di Roman Reigns. Che proprio in quella circostanza batté lo storico record di eliminazioni di Kane. Lo adorò chiunque. Inclusi tutti coloro che un anno dopo, nel 2015, odiarono il suo trionfo alla rissa a 30 uomini. Ma l'incantesimo era già finito.

Perché bastarono meno di due anni, perché dopo non fu mai lo stesso

Tanto si è parlato dell'errore di sciogliere lo Shield in maniera tanto prematura, solo un anno e 7 mesi dopo il suo debutto. Forse, però, proprio la sua breve durata ne ha comportato la fortuna. E in un certo senso anche le sue frequenti, spesso stucchevoli reunion. Perché sì, il profumo di mito ancora c'era, ma il mito se n'era andato via. Via per sempre, il 2 giugno 2014, con quella sediata di Rollins a Reigns, seguita da una gragnuola di colpi ad Ambrose.

La verità è che quel breve lasso di tempo era bastato per regalare a quei tre ragazzoni una mole di fascino, credibilità, carisma che da allora mai hanno realmente perso. Anche quando hanno affrontato storyline discutibili (ed è capitato a tutti e tre). Comunque fossero scritti, Dean Ambrose, Seth Rollins e Roman Reigns (rigorosamente in ques'ordine) sono sempre rimasti un affare grosso agli occhi di ognuno di noi. E la riprova la vediamo oggi, 10 anni dopo.

Lo Shield dieci anni dopo: cosa è rimasto oggi dei Mastini della Giustizia

Guardate la situazione qual è: Roman Reigns di nuovo domina, come e più rispetto a quanto abbia mai fatto nella sua già incredibile carriera. E dopo un record da Universal Champion (o campione di SmackDown che dir si voglia), dallo scorso aprile è sulla cima della montagna anche di Raw, dove ha trascinato la sua intera famiglia. Rollins è recentemente tornato US Champion, e di fatto resta l'unico ad averlo costretto a una sconfitta in questi incredibili e irripetibili mesi da dominatore. Ambrose non esiste più, ma ora nei certamente meno scomodi panni di Jon Moxley spadroneggia a sua volta in quel della AEW. Ha appena riperso la sua cintura, stavolta per mano di MJF? Sì, certo. Ma trovatela voi una pecca ai suoi ultimi tre anni in All Elite. E soprattutto al senso di dominio che ha trasmesso.

Questa è la vera eredità dello Shield, del primo, unico e originario Shield. Quello di averci regalato tre pezzi da novanta che tali divennero già la prima volta che si mostrarono insieme su un ring e sugli schermi delle nostre tv. Tanto da creare un effetto nostalgia non a distanza di decenni, non a distanza di anni. Ma immediatamente. Perché quello Shield, il primo unico e originario Shield, divenne subito domenica. E oggi possiamo dirlo: non è che sia diventato un classico. È un classico, perché lo è stato sin dal primo giorno.