The Prizewriter - Autumn of Punk



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The Prizewriter - Autumn of Punk

Un caloroso saluto amiche ed amici di WorldWrestling, eccoci più [email protected] che mai per una nuova edizione del PrizeWriter, l’editoriale più heel del wrestling web. Dopo il putiferio d’Elite di settimana scorsa, e l’editoriale () scritto a caldissimo, in cui invocavo punizioni ai diretti interessati e non al pubblico, il torbido ha lasciato spazio alla sedimentazione della polvere sul fondo.

Sebbene alcuni passaggi rimarranno inevitabilmente sepolti sul fondale, le acque un po’ più limpide ci hanno fatto comprendere come il titolo massimo, causa infortunio (e i circa 6/9 mesi di recupero) sarebbe stato comunque rimosso dalla vita di CM Punk.

A posteriori risulta difficile ricostruire le tempistiche della intera vicenda. Quali siano antecedenti, cause e conseguenze. Difficile però che quello a cui abbiamo assistito fosse solo un controproducente sfogo non premeditato.

Conoscendo il modus operandi del diretto protagonista, non viene difficile pensare quanto il tutto possa essere stato abilmente orchestrato dalla diabolica mente di Phil Brooks. Che magari l’ex campione, coscientemente infortunatosi durante il match, abbia scelto di trovare questa scappatoia come via di uscita secondaria, perchè l’opinione pubblica non si focalizzi sulla sua fragilità fisica, ma sulla sua intemperanza? O addirittura, nella migliore delle ipotesi, che venga altresì messo in luce il suo coraggio nella lotta contro tutto e tutti; contro il sistema corrotto, che lo ha sempre reso grande?

Uno, contro tutti

Come diceva Berlusconi: non importa come, l’importante è che se ne parli.

E su questi precetti Punk ci ha costruito una carriera, in ogni disciplina in cui si è cimentato. Il suo essere senza peli sulla lingua, voice of the voiceless, paladino di mille battaglie, ma sempre le proprie, lo ha reso la leggenda che è.

Una sorta di apparente, e non si sa quanto costruita ad hoc, posizione paranoide, in cui lui si sente sempre in minoranza e in difficoltà, a lottare contro una realtà più grande di lui, contro la quale non si piega e dalla contrapposizione alla quale trae la propria forza.

Un partigiano che piuttosto che chinare il capo ai soprusi si scaglia come un Don Chiscotte contro i mulini a vento dell’ingiustizia. Per citare un altro personaggio simile, lui si nutre del rumore dei nemici, e non si tira mai indietro dinanzi la prostituzione intellettuale.

E quella ferrea convinzione di essere sempre nel giusto. Posizione bizzarra dalla quale attaccando, paradossalmente, si mette sempre nella posizione della vittima.

L'ultima sceneggiata?

Durante la ormai topica conferenza stampa al fianco di Tony Khan quello che abbiamo visto è un meraviglioso e magistrale promo da heel puro, in cui Punk si scaraventa con arroganza, e in un fiume di emozioni, contro chi ha ritenuto non adeguato alla sua concezione, e sempre solo sua, di wrestling e di dinamiche di spogliatoio.

Non importa se attacca i più importanti wrestler e azionisti della compagnia. Anzi lo fa proprio apposta. Direte voi che l’occasione sta volta non era quella più giusta, almeno apparentemente. In una conferenza stampa in diretta bisognerebbe uscire dal character, indossare gli abiti più istituzionali, pur sempre il best for buisness.

Mettersi quindi nei panni del grato neo campione della federazione per la quale si lavora, e grazie alla quale si guadagnano un sacco di soldini. Il problema è che Punk non fa differenze, anzi è più nel character fuori dal ring, che dentro.

E quindi arriviamo alle amare conseguenze. Abdicato il titolo; in pausa forzata; probabilmente ai titoli di coda della propria esperienza in AEW - e forse stavolta per davvero, nel wrestling - si può provare a tracciare il bilancio di questo suo ritorno.

Farlo risulta complesso, in quanto in poco tempo ci ha fatto vedere moltissime facce della stessa medaglia, roba che molti wrestler in tutta la carriera si sognano, e lui ha condensato in un anno solo.

Nella leggenda o nell'oblio?

Abbiamo il grande ritorno, ed il suo ripresentarsi ad un pubblico in piena sindrome da captatio benevolentiae.

Umile, disponibile, atto al più sfrenato dei fan service. Si mette a disposizione delle nuove leve a parole, in un pieno stile da anziano bonario, che vuole le migliori sfide possibili per ritornare a fare ciò che lo ha reso famoso, dopo anni di inattività, e grazie al quale si sente ringiovanito, pieno di energia e di gioia.

Non che i suoi promo siano vuoti, anzi, le grandi doti al microfono li fanno sembrare sempre convincenti, ma sembra mancare qualcosa…Le sfumature di tracotanza e narcisismo vengono a galla di tanto in tanto, come nei vari confronti con quello che si dice sia un nemico anche nella vita reale: Eddie Kingston.

Poi di nuovo, nella sfida contro MJF, si ritorna al paladino delle folle, in faida con quello che è il più giovane e promettente heel del mondo. Che ovviamente non gliele manda a dire. Il BITW viene definito PG Punk, ombra di se stesso, venduto, e viene accusato di avvicinarsi sempre più alla sua nemesi di sempre: John Cena.

Un buono, banale, moralista, che prende pop facili in ogni città. Tutto quello che ha sempre detestato. I due fanno faville al mic, i loro scontri sono dissing senza esclusione di colpi, facendo divertire chiunque, dimostrando tutto il potenziale del ritorno della leggenda Punk e - spoiler - sarà feud dell’anno.

Senza l’arrivo di Punk e le loro interazioni non sarebbe stato possibile elevare MJF al livello attuale. E all’eroe di Chicago sicuramente bisogna riconoscere di essere stato il vero trampolino di lancio del giovanissimo leone, che, a partire dalla pipe bomb, si vede quanto abbia preso spunto dal passato del suo idolo ed ora rivale.

Sconfitto e messo da parte, per il momento, MJF è il momento dell’assalto al titolo di Adam Page, 11 anni dopo l’ultima conquista. Punk inizia a fare l’arrogante, a squadrare dall’alto verso il basso, a provocare il giovane rivale.

Ciononostante il pubblico non lo abbandona, anche per disamore nei confronti del regno di Hangman, e per la popolarità di Punk storicamente sviluppatasi da cool heel. Vinto il titolo al primo tentativo sembra ci si avvii verso una nuova Summer of Punk, tanto agognata dal presidente, dal network e dai fans, che volevano vedere il BITW di nuovo campione.

L’idillio durerà solo una manciata di giorni, causa infortunio al piede, patito a DYNAMITE, in un inutile tag match, con conseguente campione ad interim, e tutto quello che già sappiamo. Qualche mese dopo il ritorno in pompa magna, a reclamare quello che è suo.

I promo sono sempre più tendenti all’heel megalomane, ma permane lo stesso l’appoggio del pubblico - Punk è solo amore viscerale o odio di bile - specie con il cheap pop di Chicago, litania trita e ritrita, tipica del PG Punk.

Anche se alla vera e propria resa dei conti, come non mai anche a Chicago, il Second City Savior è avversato da una buona metà del pubblico, che si schiera con MOX, e arriva addirittura ad elargire un enorme pop per il ritorno di MJF, in una questione che forse rimarrà sempre aperta con Punk.

In questo percorso è sempre più palese l’allinearsi verso posizioni da heel, ambito naturale e di elezione di Punk. Il ritorno alle origini. E non può non sovvenire alla mente, e al cuore, quel frangente di carriera, il regno del terrore del wrestler di Chicago, che lo ha reso indelebile, leggendario, al fianco di Paul Heyman, che chissà quanto gli avrà insegnato di quello che sa, e mette in pratica, per fare il cattivone.

Ma abbiamo un passaggio definitivo dalla parte degli heel soltanto in quel celeberrimo promo, che sarebbe dovuto essere press conference. Mutamento sicuramente tradivo per un performer che in queste vesti sa dare il meglio.

Fatto non per essere il campione del popolo, ma il villain che gli si erge contro. Un heel spietato arrogante e arrivista, che usa il suo potere per gettare fango sui suoi compagni di roster, mettendosi contro tutto il roster.

Tutto pur di fare notizia con le peggiori sparate, e le più trancianti dichiarazioni. La gimmick da vita reale sarebbe stata fantastica, e speriamo venga ripresa anche on screen al più presto. Certo, con il senno di poi, data la ormai consolidata fragilità da part timer, non gli si doveva affidare il titolo mondiale in principio.

Mentre è stato molto grave dargli il secondo, dopo che il primo è durato una puntata, e il secondo neanche ci è arrivato alla puntata. Se quindi dal lato sportivo e di character era lecito aspettarsi un po’ di più - i match sono sempre stati buoni ma mai buonissimi, e la gimmick e la scrittura sono state anche lì un po' altalenanti - è proprio nell’epilogo, che Punk ci ha consegnato la pagina più memorabile del suo second coming.

E ha fatto l’ennesimo bingo. Rendersi la cosa più rilevante e chiacchierata dell’anno nel mondo del wrestling, non per i due titoli vinti, non per le sue prestazioni in ring. Semplicemente con un microfono i mano, tanta fantasia, e tanta voglia di elevarsi.

11 Anni dopo.

YOU STILL GOT IT

Serviva un colpo da maestro per ricordarci quanto Punk sia davvero the best in what he does. Ancora senza eguali al microfono, quando motivato a dire la sua verità, immediata, tagliente come vetri infranti, in questa sua pipebomb 2.0.

Punk un'altra volta ha scritto la storia. Un’altra volta ci ha regalato una pagina di wrestling memorabile. Non solo nel bene, ma anche nel male. Stando come sempre nel limite, che ci fa ricordare quanto in bilico sia la sottile parete che separa la realtà dalla finzione, e che con un brivido ci fa dimenticare da che parte siamo, ossia quella degli spettatori, facendoci sentire coinvolti veramente.

Come lui nessuno in questi anni ha saputo incarnare bene questo sentimento. Lo stare sul confine fra work e shoot, tra editato e improvvisato, fra recitazione e emozione, fra vittima e carnefice, ma anche il suo essere in bilico fra i due mondi delle indies e del main stream ha fatto di lui il wrestler più importante della sua generazione.

Il capostipite. Senza di lui nessun Bryan, Rollins, Ambrose, Owens, Zayn, Cole ecc… Con tutto il cuore spero che possa tornare fra 6, 9 mesi, un anno, sette anni, e ci possa ancora insegnare come essere i più infami possibili, senza recitare. Ma essendo, semplicemente, se stessi.