The Prizewriter - Non è un paese per underdog



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The Prizewriter - Non è un paese per underdog

Nella solita WWE, della quale ormai siamo tutti campioni indiscussi di critica, sta avvenendo nel suo piccolo un passaggio epocale. Una nuova underdog ha completato il suo percorso di scalata al vertice e si è laureata campionessa!

Finalmente. 

Liv Morgan e la spinta del pubblico

L'ex Riott Squad è una di quei character che si è spinta in avanti da sola, andando molto oltre lo script e portando in scena molto di sè, con le proprie forze ed il proprio ascendente sul pubblico. E questo è il percorso da underdog che più piace e più ha valore, ma che il più delle volte non viene assecondato dalla federazione. Discorso diverso quello del premio alla carriera, che invece è stato la costante di tutte le ultime elevazioni, usa e getta, di status.

Almanacchi alla mano, per quanto riguarda i titoli massimi, maschili e femminili, possiamo caldamente affermare che era da tempo immemore che ciò non succedeva. Se si escludono le parentesi fine a se stesse, perché tali sono state, della KofiMania 2019, limitata nel tempo e poi obliata in 6 secondi da Lesnar; di Big E, perché un big man non può essere underdog (ogni riferimento al Big Dog non è casuale); e infine (vi prego formattate il mio database cerebrale) quella di Nikki A.S.H. nel 2021, fragorosamente fallita…

Per avere una coronazione al vertice di un underdog, che ha veramente compiuto la risalita della china per meriti propri, e dell’amore della gente nei propri confronti, bisogna riavvolgere il nastro addirittura al 2016: il primo trionfo, sempre del SDL Women’s Championship, di Becky Lynch. Mentre per i maschietti, lo stesso anno si torna a Dean Ambrose, sempre nello stesso SmackDown che era denominato, non a caso, la terra delle opportunità.

Analizzando con sguardo esterno queste realtà, balza all’occhio come da tempo per compiere una scalata da underdog si abbia bisogno quasi in tutte le occasioni di vincere la valigetta in principio. Di tutti questi underdog, o presunti tali, ben 4/6 lo hanno fatto in tal modo. Balza anche all’occhio come la WWE non voglia tenere la valigetta su un personaggio per molto tempo, un po’ per mancanza di volontà di costruirlo, un po’ per togliersi subito il fastidio di doverlo fare. Scandaloso l’utilizzo di 6/7 MITB femminili entro le 24h…E che queste scalate siano quasi sempre fini a se stesse.

Se escludiamo Becky, che chissà dove sarebbe ora senza l'enorme spinta non richiesta del pubblico, anche come heel, dopo essere divenuta THE MAN (ed da questi particolari si vede la rilevanza di un percorso del wrestler, in barba a quello preimpostato dalla federazione), nessuno di tutti i nominati underdog è riuscito veramente a consacrarsi in WWE. Tutti dopo sono tornati a jobbare allegramente, anche il buon Dean Ambrose, mai considerato un vero main eventer dai piani alti di Stamford. L’ultimo a fare questa scalata da solo prima è il Daniel Bryan di 8 anni fa.

E allora sorge spontanea una domanda…

Ha senso di esistere il wrestling senza underdog?

Senza quella trama favolistica che anche la vita ogni tanto ci racconta e ci corrobora nella nostra autoefficacia, quali speranze ci restano?

Abbiamo una situazione a dir poco stantia da anni, dove il discorso titolato massimo è stato ad appannaggio dei pochissimi soliti, dove chi è grande e grosso ha speranze, mentre per altri fisici e stili non c’è speranza, dove per lanciare un giovane si sceglie l’espediente facile della valigetta senza sforzi creativi. In questa realtà dove i soliti noti hanno tutto e agli altri spettano solo le briciole.

E allora ben venga il percorso di Liv Morgan e della sua genuina affermazione in un momento nel quale 3 delle 4 Horsewomen sono fuori, una forse per sempre, ed il ricambio è in atto. Servono anche storie così, di redenzione e di guadagno di posizioni nel ranking della federazione esclusivamente per meriti propri, e meno raccomandazioni e spinte dai piani alti, dato che l’effetto Reigns è sempre dietro l’angolo. Vero Theory?