Dirty Deeds - Verità scomode: WWE, cosa resterà delle Survivor Series 2020?



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Dirty Deeds - Verità scomode: WWE, cosa resterà delle Survivor Series 2020?

Ha ancora senso parlare di Survivor Series come uno dei Big Four della WWE? Un anno fa la risposta a questa domanda sarebbe stata un convinto sì, specie dopo alcuni temi che l'evento di novembre aveva portato con sé. L'attesa esplosione di NXT, certo, ma soprattutto le grosse difficoltà di Raw. Che, il giorno dopo il ppv, vide Seth Rollins tentare di arringare l'intero roster perché tutti si assumessero le proprie responsabilità. Tutti lo piantarono in asso, a parte Kevin Owens che lo attaccò: di fatto quello fu il momento in cui si iniziò a scrivere il capitolo del Monday Night Messiah. Una storia arrivata fino ai giorni nostri.

E ora?

Ora ripartiamo dallo stesso Seth Rollins, Messia senza una chiesa e senza una missione (ammesso che ne abbia mai avuta una) che in rappresentanza di SmackDown si inginocchia davanti a Sheamus facendosi abbattere e schienare senza battere ciglio. Bene, abbiamo pensato: chissà a SmackDown cosa ci racconteranno, ora. Risposta: un bel niente.

Non caschiamo nell'errore di confondere la vita vera con le storyline della WWE: lo sappiamo benissimo perché il buon Seth non si farà vedere per un po'. Sta infatti per diventare padre e starà un po' a casa a fianco dell'amata Becky e della creatura che la moglie metterà al mondo. Lo sappiamo benissimo, tanto più che ve lo abbiamo raccontato anche noi su queste pagine. Il problema, però, non è questo.

Il problema è quello di presentare una storia a un pubblico, che debba essere credibile e rendere credibili i suoi protagonisti. Seth Rollins è forse colui che più ha pagato sul secondo fronte. Ma anche sul primo c'è poco da essere allegri.

Da che mondo è mondo, si dice che la Road to WrestleMania inizi alla Royal Rumble. In realtà non è proprio così, quantomeno non sempre. Le storie più belle e interessanti che la WWE ci ha saputo raccontare negli anni, spesso, partivano ancora prima. Perché la Royal Rumble, spesso, deve mettere in fila le carte, riordinare i tasselli, tracciare appunto la strada. Ma quando le cose sono fatte bene, la base di tutto dovrebbe essere posta proprio alle Survivor Series.

Le Survivor Series incasinano, la Royal Rumble riordina, a WrestleMania c'è la resa dei conti. Così è come dovrebbe essere, quando le cose sono fatte bene.

Le Survivor Series 2020 e la mancata costruzione in casa WWE

Ecco, se volessimo dare per buono questo schema: le Survivor Series del 2020 cosa hanno mosso, di grazia? Specie visto che il match più importante che hanno presentato, a parte quelli ad eliminazione, ha visto i due campioni assoluti concludere la loro contesa con un finale non pulito. Mossa intelligente, visto che ora non incroceranno più i rispettivi cammini.

Morale: Drew McIntyre attende di conoscere il suo prossimo sfidante in un Triple Threat Match, al quale non prenderanno parte né quello Sheamus che lo aveva approcciato in una strana amicizia in queste settimane, né da un Randy Orton che sembra essere uscito dai radar tanto velocemente quanto senza battere ciglio. Cosa ben poco credibile, visto come quel titolo l'ha perso e da quanto poco tempo.

Un po' meglio va a SmackDown, dove quantomeno si porta avanti il tema di Jey Uso e del modo in cui Roman Reigns lo tratta e lo vive. Ma tutto sommato il resto dello spogliatoio è uscito demolito dalle Series, e senza nemmeno che ci fosse tutta la narrativa che permise al Raw del 2019 di ripartire in tante nuove vicende verso l'anno nuovo. Qui abbiamo una serie di onesti lavoratori non all'altezza del campione e un campione intermedio che nel confronto con la controparte in rosso (l'US Champ Bobby Lashley) ha fatto una figura barbina: Sami Zayn.

Un quadro desolante, e soprattutto senza nulla di importante da portarsi nella memoria, o da valutare come punto di partenza per qualcosa di più grosso. E questo, forse, è il più grande difetto di un'edizione delle Survivor Series non necessariamente sgradevole, ma non degna della sua storia. O dell'appellativo di Big Four.