Dirty Deeds - Speciale wrestling in tv: perché per questi 17 anni occorre gratitudine



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Dirty Deeds - Speciale wrestling in tv: perché per questi 17 anni occorre gratitudine

Scriviamo queste righe nella consapevolezza che potrebbe venirne fuori uno dei Dirty Deeds più controversi della storia quinquennale di questa rubrica. Perché questa volta non metteremo alla berlina la WWE, il suo team creativo, questo o quel lottatore o addirittura il pubblico delle arene (come, seppure raramente, ci è capitato di fare). Ma nel mirino metteremo noi stessi, intesi come ampia cerchia di fan italiani della disciplina. Nella consapevolezza che qualcuno potrà sentirsi attaccato e, di conseguenza, attaccherà noi.

Il 1° luglio 2020 sta finendo, e chi vi scrive oggi - anzi, da circa 24 ore - si sente un po' più vuoto. Ha assistito, come sempre, al primo passaggio italiano della puntata di Raw su Sky Sport, e come da abitudini degli ultimi tempi, lo ha fatto nello specifico su Sky Sport Arena. La puntata si è chiusa, fredda cronaca alla mano, con una vittoria un po' sporca dell'improvvisato team Dolph Ziggler & Sasha Banks (di quest'ultima il pin decisivo) ai danni di Drew McIntyre & Asuka. Finito il collegamento, mancavano circa 2/3 minuti all'inizio della trasmissione successiva, dedicata al rugby. E chi vi scrive si è reso conto di aver trascorso quei 2/3 minuti quasi in bambola, dopo aver premuto il pulsante "I" e con gli occhi fissi sulla sinossi di quella fatidica puntata numero 54. Con la consapevolezza di essere a qualche secondo da non leggerle più, quelle sinossi. Che, nel suo specifico caso, aveva iniziato a leggere nel 2004 (periodo Taboo Tuesday, per capirci: Triple H campione, Shawn Michaels, Chris Benoit e Edge che si contendono il titolo di primo sfidante). Non smettendo mai più da allora.

Ci avviciniamo ora a un periodo di interregno, in Italia. Breve, ma significativo: per qualche giorno, non ci saranno nuovi contenuti in italiano per i fan della disciplina. Durerà poco, ma intanto è così: il wrestling va avanti, anche a dispetto delle oggettive difficoltà globali, da noi si ferma per un po'. E forse è necessario soffermarsi su cosa questo significhi.

Il wrestling in Italia: una disciplina, mille opinioni diverse

Il wrestling in Italia è recepito in moltissime maniere diverse, ed è inutile che stiamo qui a raccontarci storie: per essere una faccenda decisamente poco importante, divide e infiamma ben più di quanto sarebbe lecito. C'è chi lo ama visceralmente, chi ne ha una conoscenza sconfinata e un interesse profondissimo, chi ci si diverte molto, chi lo ama e contemporaneamente lo detesta, chi lo considera una simpatica distrazione, chi un'innocua buffonata, chi una buffonata quasi da combattere e chi lo odia visceralmente. Non è facile trovare una simile diversità di possibili opinioni riservate a una disciplina, un'intera disciplina. E anche per questo è forse giusto fermarsi a riflettere su questi 17 anni finiti circa 24 ore fa.

La grande fama del wrestling, in Italia, è andata a ondate. Anche fragorose, ma quasi sempre di durata relativamente breve e con un certo distanziamento temporale le une dalle altre. Ma ognuna di queste ondate ha raccolto dietro di sé qualcuno, che sul carrozzone del wrestling ha deciso di salire e in certi casi non ne è sceso più. Un fenomeno che è capitato a chiunque di noi: ognuno di noi ha un giorno, che magari nemmeno si ricorda, in cui è incappato in uno show e ha deciso che avrebbe continuato a vederne.

Ebbene, per tutte queste persone da quasi due decenni c'è sempre stata una finestra. Magari non a tutti gradita, ma c'era. Magari non alla portata di tutti (gli abbonamenti costano), ma c'era. Una lente d'ingrandimento nostrana su ciò che avveniva a Stamford non è mai mancata, da 17 anni. E addirittura da molti anni era in contemporanea con la messa in onda americana: certo, non è da tutti tirare le due del mattino, aspettare l'inizio di Raw e magari arrivare fino alle cinque. Ma volendo lo si poteva fare.

Che cosa rappresenta l'Italia per la WWE

Ma c'è anche di più.

Anno dopo anno, l'Italia si è costruita una sua centralità per il prodotto, anche su scala internazionale. La puntata di Raw del 16 aprile 2007 disputata a Milano non è stata una festa solo per noi, ma un evento per la WWE stessa. Che lo ha dimostrato in diverse circostanze, inserendo il riferimento a quella location in tanti filmati riassuntivi del suo show di punta. E il fatto di avere a bordoring Michele Posa e Luca Franchini non è stato elemento di secondo piano. Così come non lo sono stati i diversi viaggi in cui i nostri telecronisti hanno intervistato le Superstar del momento in America, o anche quando le stesse Superstar sono venute a trovarci in Italia (e in alcuni casi anche chi vi scrive ha avuto la possibilità e l'onore di intervistarne qualcuna).

Tutto questo è stato possibile perché c'era un prodotto, ci sono stati investimenti, ci sono state emittenti con la voglia di trasmettere il wrestling e c'è stato chi per tutti questi anni ce lo ha raccontato.

Il problema è che una fetta della fanbase italiana a volte cede alla miopia, nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore si ritiene più furba degli altri. Il fatto che abbiamo avuto un tavolo a WrestleMania con i telecronisti italiani non era qualcosa da dare per scontato, ma per qualcuno lo era. Così come lo sfogo di Brock Lesnar nel Raw post WrestleMania 31 è un highlight che resterà nella storia della WWE, e ad andare distrutto è stato un tavolo di telecronisti italiani.

Ora, i gusti sono gusti e ognuno ha il diritto di avere i propri. Ma ci sono i dati di fatto: tutti hanno iniziato a guardare il wrestling partendo da una specifica puntata di uno show televisivo, e l'Italia è stata per anni e anni un mercato centrale agli occhi della WWE perché era distribuita (e seguita) in tv. E se ha continuato a esserlo è stato perché dopo la bufera del 2007, e per altri 13 anni, Sky Sport il wrestling l'ha trasmesso e il duo Michele Posa & Luca Franchini l'ha commentato. Con la conseguenza, perché solo questo conta a Stamford, di mostrare alla WWE che dalle nostre parti vendevano qualcosa.

Poi è chiaro, non ogni prodotto deve piacere necessariamente a tutti, né tantomeno una particolare impostazione editoriale. Ma se la nostra squadra di calcio del cuore è commentata da un telecronista che non ci piace, difficilmente spegniamo la tv e andiamo a cercarci di vedere la stessa partita in maniera illegale. Con il wrestling, purtroppo, è successo esattamente questo.

E, guarda caso, abbiamo prima perso il tavolo a WrestleMania, poi i Live Event nel nostro Paese. Quindi siamo stati a tanto così dal perdere proprio il wrestling, in toto. Che certo, i fan di vecchia data avrebbero recuperato in mille modi diversi, ma per tutti gli altri sarebbe stato un disastro.

Parlare di wrestling e criticare per partito preso

Aggiungiamo un altro piccolo dettaglio, che dal di fuori potrebbe non essere chiaro a tutti: parlare di wrestling non è facile. Sai di rivolgerti a un pubblico che nel suo zoccolo duro è molto, molto competente, ma anche competitivo e pronto a bastonarti. In più devi raccontare qualcosa che è sempre al confine tra la realtà e la sua rappresentazione. Ne abbiamo avuto due casi recenti e molto ravvicinati: il "ritiro di Rey Mysterio" (presentato come tale da molta stampa generalista) e il ritiro di Undertaker (che sembra effettivo, ma vedremo). Arrivano valanghe di informazioni, che la gente vuole conoscere, con la consapevolezza che la cazzata madornale è sempre dietro l'angolo.

Giusto due giorni fa la nostra chat interna di WorldWrestling.it è stata dominata per quasi due ore da un dibattito interno molto serrato: si discuteva su un titolo di una news che avete letto su queste pagine. Il titolo con cui è andata online per alcuni era giusto, per altri no. E forse la risposta corretta è che nessuno aveva ragione e nessuno torto, perché tutte le osservazioni avevano un loro senso. Solo che partivano da due punti di vista opposti.

Concludiamo parafrasando un vecchio motto, secondo cui chi non sa fare insegna, e chi non sa nemmeno insegnare critica. Come dire che è molto facile affermare che qualcuno sta facendo male il proprio lavoro, altro discorso è mettersi al suo posto. Anche perché tanto qualcosa di migliorabile lo si troverà sempre, ma nel cercarlo a tutti i costi si rischia di perdere ciò che di buono già c'era. L'Italia ha avuto il wrestling in televisione per 17 anni, e vista la considerazione generale del Paese già questo dovrebbe renderci felici. Ma troppi di noi si sono lamentati di come veniva raccontato, di quando era proposto, di quanto costava. Con il risultato che siamo andati a tanto così dal perderlo per davvero.

Ora inizia una nuova epoca, che da un lato rappresenta un passo indietro (la non quasi-contemporaneità della versione italiana, l'assenza dei ppv), da un lato un passo avanti (un numero di ore di wrestling in chiaro notevolmente aumentato), da un lato ancora la continuità (i telecronisti che sono stati confermati). Come italiani, e come fan di wrestling, cerchiamo ora di non commettere lo stesso errore anche con DMAX e Discovery, partendo lancia in resta con le critiche e dando per scontato ciò che scontato non è.

E salutiamo questa epoca lunga 17 anni con la gratitudine che merita. Perché se siamo qui a parlare di wrestling e di WWE è anche grazie al fatto che Sky Sport l'ha trasmessa e Michele Posa & Luca Franchini l'hanno raccontata. In caso contrario saremmo usciti dai radar, per davvero. E da molto tempo.