Dirty Deeds - Speciale Hana Kimura: il mostro del bullismo e non leggere nel silenzio



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Dirty Deeds - Speciale Hana Kimura: il mostro del bullismo e non leggere nel silenzio

La morte di un giovane non è accettabile, mai. Non lo è quando è provocata da una malattia. Non lo è quando è provocata da un incidente. Ma quando è provocata da un dolore psicologico, indotto da terze persone, un dolore che il diretto interessato non riesce a controllare, tanto da non trovare alternative al porre fine alle sue stesse sofferenze, allora qui non si tratta più solo e semplicemente di una scomparsa inaccettabile. Si tratta di qualcosa che ci deve far tremare i polsi dalla rabbia. A tutti, in quanto componenti di quel villaggio globale chiamato umanità.

Hana Kimura aveva 22 anni, e in apparenza era una privilegiata: a un'età così tenera, aveva avuto modo di rendere reali i suoi sogni, trasformando la sua passione in un lavoro con cui pagarsi da vivere. Nel suo caso, fare la lottatrice di wrestling. Un sogno che però si è tramutato nel più profondo degli incubi a causa di una delle piaghe più mostruose e pestifere della nostra società: il bullismo, peggio ancora se declinato nella sua versione telematica, ossia il cyberbullismo.

Hana faceva un lavoro che non è certo sconosciuto al suo pubblico: chi segue gli show di wrestling è perfettamente consapevole che il buono non è un eroe che nella vita di ogni giorno tira giù i gattini dagli alberi, così come il cattivo quando esce dal ring non è una carogna che ruba i tozzi di pane ai senzatetto. Eppure Hana, per qualche motivo (da legarsi, si dice, all'apparizione ad alcuni show televisivi che in Giappone non erano troppo piaciuti), aveva attirato su di sé un insopportabile cono d'odio che alla fine le ha tolto il fiato, in maniera tanto profonda da indurla a dire basta.

Il bullismo è una brutta bestia, tanto feroce quanto silenziosa, per mille motivi. Uno dei più gravi, perché difficilmente contrastabile, è che in molti casi chi lo produce non si rende nemmeno conto di esserlo stato per davvero, un bullo. "Stavamo solo scherzando", è la giustificazione media. Come un modo di assolvere e soprattutto autoassolversi, in quel terribile momento in cui ti rendi conto che il mostro delle fiabe sei proprio tu.

C'è un altro aspetto della vicenda, altrettanto inquietante: avete presente il Mandela Effect? Si tratta di quel fenomeno collettivo che, parola dopo parola, chiacchiera dopo chiacchiera, bufala dopo bufala, cattiveria dopo cattiveria, rende vero qualcosa che in realtà non lo è. E così quando il branco (molto più spietato della somma dei suoi componenti singolarmente presi) decide che un simpatico tormentone è una nuova verità, tale la fa diventare.

Quella ragazza non deve fare wrestling, e merita di morire. Quella lottatrice è una grassona, inadeguata, una balena che infortuna tutti e dovrebbero romperle una gamba. Non parlare con quella tizia del baretto: è stata con tutti e ha le malattie. Quel compagno di scuola è così sensibile perché è gay, e non importa se ha una fidanzata: è solo una copertura. State lontani da quel tipo occhialuto della Seconda D: porta sfortuna.

Scemenze, dette magari una volta per scherzare tra amici. Senza nessuna malizia, in apparenza. E vivendo l'istante con colpevole superficialità. Ma se parte il Mandela Effect, e il branco ci mette anche del suo, quella scemenza ci mette poco a tramutarsi in una nuova, dolorosissima verità. Gli amici del branco se la ridono, perché è una scemenza, e anche perché è una nuova verità a cui attenersi: fresca, "di moda" e che li unisce. Dall'altra parte c'è la povera vittima, che in quanto parte (o ex parte) di quello stesso branco, risponde alle stesse regole.

E lo sapete qual è l'ultimo stadio della persona fatta oggetto di bullismo? Iniziare a credere che i bulli abbiano ragione, e tramutare la propria stessa vita in un gigantesco senso di colpa senza ritorno: se lo dicono tutti, allora forse ho fatto qualcosa per meritarmelo.

Hana se n'è andata, e non ritornerà. Molte di quelle stesse persone che le hanno tolto il respiro, in questo momento si saranno rese conto di che peso potessero avere le loro piccole, stupide, superficiali azioni. Qualcuno, probabilmente, nemmeno avrà capito di essere corresponsabile di questa tragedia: "Ma io scherzavo", si starà ripetendo. Appunto.

Ma ogni volta che scherzate con un amico, o anche qualcuno che amico magari non lo è, fermatevi un attimo. E provate a guardarlo negli occhi. Leggete nel suo silenzio, leggete nel suo dolore. Non è divertente, non è uno scherzo.

Siete dei bulli. E state lentamente spegnendo quell'amico, quel conoscente, quella ragazza, quel signor nessuno conosciuto in una chat.

E se al vostro simpaticissimo "scherzo" reagisce abbassandoli, gli occhi, o magari chiudendosi in silenzio, fate uno sforzo: leggete dentro quel silenzio. Un giorno potrete raccontare a voi stessi di aver salvato una vita.

La stessa che oggi, a Hana Kimura, 22 anni, nessuno restituirà più.