Dirty Deeds - Speciale Super ShowDown 2020: no WWE, The Fiend non è recuperabile



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Dirty Deeds - Speciale Super ShowDown 2020: no WWE, The Fiend non è recuperabile

Di Dirty Deeds speciali nella storia ce ne sono stati davvero pochi, e se un editoriale frutto delle attente riflessioni di fine settimana viene anticipato, significa che la faccenda è seria. O in positivo (come nel caso del ritorno di Daniel Bryan nel 2018), o in negativo (come dopo la Royal Rumble 2015, o dopo Raw 25th), o perché l'equivoco è troppo forte per poter essere ignorato (come nel caso della Royal Rumble 2019).

Si può quindi impostare uno speciale su un evento che riguarda un cambio di titolo a SmackDown a poche ore dall'inizio della successiva puntata di SmackDown? La risposta è sì, perché a Boston la WWE potrà inventarsi quello che le pare, ma tornare indietro dopo i fatti di Super ShowDown non si può più. E non si potrà mai più porre rimedio al disastro creativo di Riyadh.

Che l'evento saudita sia servito in parte per rendere felice il pubblico locale, in parte per introdurre nella Road to WrestleMania alcune stelle di ogni tempo e in parte per entrambi i motivi è evidente a tutti. Ma il fatto che AJ Styles sia rimasto a bocca spalancata per l'arrivo di un Undertaker che la stessa WWE aveva annunciato come presente a Riyadh non è grave. Come non lo è il fatto che lo stesso Phenomenal One (probabilmente il miglior WWE Champion degli ultimi cinque anni, se non di più) sia stato annichilito in pochi secondi e tramite una sola mossa da un avversario che sembrava essersi già ritirato tre volte nel corso degli stessi cinque anni.

Arriviamo perfino a dire che addirittura il fatto che Goldberg sia il "nostro" nuovo Universal Champion non è grave.

Tutte queste cose non sono gravi se raffrontate al disastro compiuto in WWE da chi ha deciso di scrivere in questo modo la fine del regno da campione di Bray Wyatt, o per meglio dire The Fiend.

The Fiend è stato il prodotto originale WWE meglio riuscito dai tempi del primo Shield, il che vuol dire che è stato la seconda novità davvero azzeccata a Stamford da più di sette anni. Ha lasciato tutti perplessi all'inizio, poi ha conquistato e affascinato il mondo. In parte per motivi molto facili da capire (il lavoro di Bray Wyatt nel far risaltare ogni minimo dettaglio della sua personalità, creando un mondo di collegamenti psicologici e interpersonali in una vera e propria ragnatela di frasi e concetti apparentemente sconclusionati, ma poi tutti collegati tra loro, è stato talmente perfetto da sembrare davvero sovraumano).

E poi, appunto, per il suo aspetto sovraumano.

Questo doppio personaggio, interpretato da una sola persona (Windham Rotunda), ha avuto il pregio di farci credere per tutto questo tempo di essere davvero qualcosa di diverso, superiore, oltre l'umano. Lo ha fatto cambiando la personalità dei suoi avversari (da Finn Bàlor a Seth Rollins, da Daniel Bryan a The Miz). Lo ha fatto facendosi massacrare di legnate da chiunque, riuscendo poi a battere tutti. Lo ha fatto con quell'aura che non può essere frutto nemmeno del più meticoloso lavoro di scrittura, perché è impalpabile: ce l'hai o non ce l'hai. Perché Steve Austin dice "What?" e dopo vent'anni ancora tutti lo ripetiamo, e Kofi Kingston dice "Who?" e nemmeno tutta l'arena, in tempo reale, lo urla? Facile, perché il primo è Steve Austin e il secondo no.

Ecco, con The Fiend il potenziale livello di magnetismo era quello lì.

Di conseguenza, quando ti ritrovi tra le mani un simile tesoro, devi capirne il valore. E rispettarlo. Anche nel nome di chi ti guarda, e ti invidia per il fatto di avere tra le mani un tesoro. Ora, nulla è per sempre, e chi ha in mano un tesoro sa bene che prima o poi dovrà quantomeno appoggiarlo da qualche parte per liberarsi le mani. Ma c'è modo e modo.

The Fiend doveva perdere, avrebbe comunque perso, prima o poi l'avrebbe fatto. Ma per il tipo di personaggio e di aura che si era costruito intorno, e che la stessa WWE aveva reso possibile, doveva avvenire in maniera diversa. Così sottile è il suo personaggio e così minuziosa la sua caratterizzazione, che anche la sua caduta doveva essere altrettanto accurata.

E signori, non c'entra Goldberg, il fatto che abbia 53 anni o che manco abbia saputo far bene la Jackhammer. Stiamo parlando di wrestling, una disciplina in cui un Daniel Bryan pure mezzo scassato in una notte batte prima Triple H, poi Batista e Randy Orton contemporaneamente, e nessuno ha nulla da ridire. Perché quella storia non solo fila, ma è scritta benissimo e ti fa sognare.

Quindi il problema non è Goldberg, ma il match con cui Goldberg ha battuto The Fiend. O meglio, la sua scrittura.

Se Goldberg avesse studiato a fondo The Fiend, fosse stato in grado di scoprire qual è la sua vulnerabilità (quella sfuggita ai Bàlor, ai Rollins, ai Bryan), l'avesse scoperchiata e quindi avesse vinto anche solo con una Spinebuster, non ci sarebbe stato niente di male. Sarebbe stata una storia che ci avrebbe condotto alla rivincita (e quindi a WrestleMania, probabilmente) con l'hype a mille: riuscirà a ricostruirsi e a prendersi la rivincita un The Fiend reso vulnerabile e colpito in quel punto debole che aveva nascosto a tutti fino a questo momento? Un'entità senza macchie che una macchia invece ce l'aveva ed era stato solo molto bravo a nasconderla a tutti?

Scritta così, sarebbe stata una storia formidabile. Peccato che non sia quello che la WWE ci ha raccontato.

La WWE ci ha raccontato che un anziano campione, che fa vendere biglietti per una fama costruita vent'anni fa, ha battuto con una finisher e in tre minuti di match la sensazione del momento. Colui che era uscito indenne da quasi venti finisher del precedente campione, a sua volta presentato come un fuoriclasse assoluto (sebbene umano) tanto da battere due volte Brock Lesnar. Lo stesso Brock Lesnar che l'altro campione, Kofi Kingston, l'ha poi battuto in 7 secondi. E Kofi aveva vinto con Daniel Bryan, quello di Triple H, Batista e Randy Orton, per capirci.

Ebbene, la WWE ci ha raccontato che per battere il primo anello di questa catena di fuoriclasse bastava un anziano campione, che ha abbattuto il suo avversario come un Vladimir Kozlov qualunque: quei personaggi dalle effimere strisce di imbattibilità che una volta conosciuta la prima sconfitta poi rimangono per sempre senza un seguito, una storia dietro e un avvenire davanti.

Insomma, la portata del disastro è davvero imponente. Perché la WWE questa sensazione mai vista prima, e quasi impossibile da prevedere in tempi come quelli contemporanei (in cui i tifosi sono quasi immuni all'essere stupiti), questa macchina da stupore come The Fiend l'ha demolita in tre minuti. E con essa tutte le Superstar contemporanee che stanno al di sotto.

Nel nome di che cosa? Di Goldberg, e di uno status che farà comodo fino a WrestleMania, e non oltre.

Il disastro per il quale non c'è rimedio è questo. E questo è il motivo per cui scrivere un articolo speciale. Perché a SmackDown Bray Wyatt potrebbe anche tornare Universal Champion stasera stessa. Ma quel The Fiend sottile, ramificato, impenetrabile, imperturbabile e inaffossabile non tornerà indietro mai più.