Dirty Deeds - Verita' scomode: e' lui il piu' cattivo di ogni tempo?



by MARCO ENZO VENTURINI

Dirty Deeds - Verita' scomode: e' lui il piu' cattivo di ogni tempo?

Settimana all'insegna della cattiveria quella che ci siamo messi alle spalle in WWE. Una cattiveria che potrebbe scavare addirittura un solco tra ciò che abbiamo visto finora e ciò che ci aspetta nei prossimi mesi e (perché no?) anni.

Andiamo con calma.

Da almeno due generazioni di lottatori c'è un cattivo che ha spostato l'asticella degli heel di stanza a Stamford. E ancora oggi riesce a dimostrare tutta la sua stoffa. Stiamo parlando di Triple H.

The Game ha qualcosa che nessuno dei suoi contemporanei riesce ad eguagliare e nessuno dei suoi eredi è (finora) riuscito ad emulare.

Riesce ad essere carismatico e contemporaneamente odiatissimo. In una federazione in cui si fatica a contestare i cattivi, fin troppo spesso beniamini di una fetta molto rumorosa di pubblico.

Lunedì scorso in quel di Green Bay, Wisconsin, abbiamo capito una volta per tutte perché il buon vecchio Hunter sia un gradino sopra gli altri.

Il nomignolo di Cerebral Assassin (uno dei tanti accumulati in vent'anni di carriera) resta quantomai azzeccato anche nell'Anno Domini 2017. Seth Rollins veniva da mesi veramente opachi, è inutile girarci attorno. La faida con Kevin Owens e Chris Jericho gli ha solo tolto smalto, dando la netta sensazione che come face non riesca ad essere incisivo come da heel.

Ebbene, gli è bastato uno scontro verbale con Triple H per finire nuovamente sotto una luce abbagliante, che ha fatto ricordare a tutti perché l'Architetto sia stato uno dei più amati degli ultimi anni.

E il merito è del solito, tremendamente affascinante e incredibilmente incisivo HHH. Che ha una padronanza linguistica da cattivo vero (non "cool" alla Chris Jericho) che nessuno ha. E da tempo, tantissimo tempo è così.

Una capacità innata la sua, che chissà potrebbe ora effettivamente cedere - come un metaforico scettro - proprio all'attuale lacchè Samoa Joe. Che promette davvero molto, molto bene.

L'altra metà della medaglia, purtroppo, sembra ancora essere Kevin Owens.

Che nell'ultimo scontro verbale prima del match più importante della sua carriera (finora) è apparso davvero moscio. Ed è un peccato, viste le sue grandissime capacità da atleta. Ma forse, come cattivo in versione WWE, il Prizefighter ha ancora qualcosa da imparare.

E questa sua lunga stagione, forse giunta al termine, da WWE Universal Champion non ha fatto altro che confermarlo.

E poi bisogna spostarsi a SmackDown.

Bando alla cautela, stavolta: martedì scorso da Saint Paul in Minnesota è andata in scena una pietra miliare della storia della WWE.

E forse del wrestling tutto.

Il voltafaccia di Randy Orton ai danni di Bray Wyatt era atteso da tutti. Ma è arrivato in maniera talmente roboante da lasciare tutti a bocca aperta e addirittura turbare molti.

Bray non è il primo cattivone della WWE a puntare molto sull'aspetto psicologico.

Senza andare molto lontano ne possono venire senza fatica alla mente altri due. Due pezzi da novanta di Stamford: Undertaker e il fratellastro Kane. E anche a loro era capitato di subire nel loro stesso campo, di trovare un rivale che li mettesse drammaticamente alla prova proprio dal punto di vista mentale.

Il risultato, quasi sempre, era solo uno: scatenare la loro ira. Gettarli nella rabbia più profonda.

Stavolta no.

Difficilmente nella memoria riescono ad affiorare situazioni in cui un supercattivo è stato così annichilito dal punto di vista psicologico.

Distrutto. Demolito. Non abbiamo visto un Bray Wyatt in preda alla furia, lo abbiamo visto disperato. Lo abbiamo visto piangere. Lo abbiamo visto implorare. Tra l'altro una prova da attore magistrale quella del buon Windham Rotunda, l'uomo che dà vita all'Eater of Worlds.

Un uomo che è riuscito a farci venire qualcosa che mai avremmo pensato di provare nei suoi confronti: una profonda e umanissima compassione.

Grandi meriti vanno a lui, e ai booker di SmackDown che hanno ideato tutta la storyline dell'incendio di Sister Abigail (già analizzato in maniera puntuale ed esauriente nell'ultima puntata di Eater of Words).

Ma bisogna togliersi tanto di cappello al cospetto di questo lottatore che tante critiche si è attirato nei suoi quindici anni di carriera, molte delle quali ingiustificate. Di Randy Orton è stato detto che era un raccomandato, che era monocorde, che non riusciva ad accelerare nei suoi match, che era un face troppo subdolo e un heel troppo amorfo.

Ma se a 37 anni da compiere appena prima di WrestleMania sei un dodici volte campione del mondo (attento John Cena!) un motivo ci sarà.

E il motivo è che il ragazzo è magnetico. Con quella faccia da bastardo te la trasmette proprio la sensazione che stia per compiere un'infamata.

E a volte, come al Compound dei Wyatt, riesce a portare la realtà oltre l'immaginazione. E la cattiveria a livelli mai visti. E forse nemmeno immaginati.

Questo Randy Orton livido, e immobile, mentre consumava la distruzione del suo leader, ha fatto spavento.

Ha fatto spavento anche agli spettatori. Ed è stato in grado di oltrepassare la quarta parete, un pregio di pochissimi. Ci ha dato l'impressione di essere davvero un essere malvagio e senza scrupoli, non un fenomenale interprete di una gimmick riuscitissima.

E ora è presto per dirlo, il manto della storia dovrà ricoprire le macerie del Compound in fiamme e riconsegnarcelo nell'esatta dimensione che questo episodio si costruirà nella leggenda del wrestling.

Ma la netta sensazione è che martedì scorso abbiamo assistito al capolavoro del lottatore più cattivo di ogni epoca.

Randy Orton Bray Wyatt