APRON RING

Dirty Deeds - Verità scomode: Samoa Joe ci fa tornare bambini

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by Marco Enzo Venturini

Perché un personaggio come il Distruttore è fondamentale negli equilibri di una compagnia come la WWE.

Il wrestling è una magia che si rinnova settimana dopo settimana. Ma che certamente funziona di più per una certa categoria di persone, e questo è innegabile: coloro che hanno iniziato a seguirlo quando erano bambini.

O (ma è più difficile) coloro che riescono a seguirlo con l'innocenza dei bambini, immedesimandosi con i personaggi e calandosi nella realtà parallela raccontata dagli eroi del ring. E' un patto tacito che funziona appieno quando entrambe le parti in causa fanno il loro lavoro: il pubblico accetta quello che vede sapendo che è una storia e come tale va recepita, i lottatori mettono in scena la loro storia con professionalità, passione, tecnica e capacità.

Questo è il wrestling, ma ogni tanto capita una falla. E questa falla spesso negli ultimi anni è stata rappresentata dal cattivo di turno. Lo sappiamo, nell'ultimo decennio la WWE si è data una "ripulita", cancellando i segmenti troppo violenti o espliciti.

Questo ha però fatto sì che i cattivi sono sempre più spesso somigliati a dei fifoni stucchevoli, furbastri e il cui massimo apporto alla storia era quello di negarsi nel momento in cui la battaglia era alla pari e poi colpire alle spalle.

La storia, certo, funziona. Ma è un po' piatta. E soprattutto non può funzionare sempre, specie se viene messa in scena da qualsiasi personaggio e in qualsiasi situazione. Con Edge funzionava, e alla grande. Ma per ogni Edge c'era un Triple H, un Big Show (nella sua versione di inizio millennio), prima ancora un Diesel.

Questi erano cattivi di altro tipo. Erano spietati, brutali, crudeli. La loro cattiveria stava nel fatto di non fermarsi davanti a nulla, di infierire sull'avversario in ginocchio, di picchiare il più forte possibile, di cancellare dalla faccia del pianeta il nemico da battere.

E torniamo al nostro punto di partenza: l'innocenza di un bambino che segue una storia. Fondamentale per far funzionare la storia stessa. Proviamo a ripescare nella nostra memoria il ricordo di qualche storia che ci è stata letta, o ancora meglio raccontata.

Quand'è che erano davvero interessanti? Quando il cattivo da battere era grosso, potente, imbattibile. E alla fine il buono lo batteva. Ma era il cattivo a rendere interessante tutto il tragitto che il buono avrebbe dovuto compiere.

Questa cosa nel wrestling WWE degli ultimi anni si è un po' persa. E poi è arrivato Samoa Joe. Il samoano è un cattivo vecchio stampo, senza sotterfugi o approfondimenti psicologici. E' solo spietato.

Rompe il ginocchio a Seth Rollins e poi, lunedì scorso a Mohegan Sun sul ring di Raw, fa svenire Paul Heyman. Portando gli spettatori di ogni età a solidarizzare con Paul Heyman. Non la solita indifesa Bayley di turno, ma Paul Heyman.

Il simbolo vivente del potere, più viscido che mai. Ebbene, questo Samoa Joe riesce perfino in una missione del genere. Ed è esattamente questa la sua forza. Quella di spaventarci tutti, come se fossimo quei bambini terrorizzati nel letto mentre ci raccontavano del lupo cattivo tanti anni fa.

Samoa Joe ci fa tornare innocenti. Poi lo sappiamo tutti come andrà a finire la sua faida con Brock Lesnar, e che a Summerslam Brock Lesnar farà altro. Ma non importa, perché queste settimane di faida le seguiremo con il cuore il gola.

Perché la Bestia inarrestabile troverà un cattivo ancora più spietato di lui. E quando si incroceranno avremo lo stesso batticuore provato quando il Principe Azzurro incontrava per la prima volta il drago nelle fiabe d'infanzia.

Con il vantaggio che qui di zuccherosi Principi Azzurri non ce n'è nemmeno l'ombra... .

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