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Speciale Dirty Deeds - Striscia e il Fatto Quotidiano parlano di wrestling: scoppia un putiferio

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by Marco Enzo Venturini

La rabbia scatenatasi per lo spazio dedicato dai media a Big Show e Braun Strowman induce a una riflessione sulla cultura italiana riguardo a qualcosa di nuovo e diverso dai nostri standard.

Quand'è che l'Italia parla di wrestling? L'Italia tutta intera intendiamo, prendendo in prestito una strofa di una delle canzoni più commoventi di Francesco De Gregori.

La risposta è tanto facile quanto odiosa per chi anche nel nostro Paese ha la "colpa" (poi spiegheremo il perché dell'utilizzo di questo termine) di essere appassionato di questa disciplina.

L'Italia tutta intera parla di wrestling in alcuni, circoscritti casi: quando muore un eroe del ring (soprattutto se per strane malattie o problemi personali, come abuso di droghe o farmaci vari) o per episodi di colore.

Lo abbiamo chiaramente potuto vedere in occasione di WrestleMania 33, quando per i media generalisti nostrani il grande evento da condividere con la popolazione è stata la proposta di matrimonio che John Cena ha fatto a Nikki Bella direttamente su un ring.

Ieri però è successo qualcosa di leggermente diverso: a Raw è accaduto qualcosa che, ogni circa 10-15 anni, la WWE decide di riproporci: una battaglia durissima tra due pesi supermassimi che decidono di effettuare una mossa dal paletto facendo collassare il ring.

Questa volta è capitato a Braun Strowman e Big Show, già protagonista dell'episodio forse più celebre di questa casistica: il crollo del ring di SmackDown nel 2003 dopo aver subito da Brock Lesnar la stessa manovra effettuata ieri da Strowman, un Superplex.



Una scena molto spettacolare, che anche chi solitamente non si occupa di wrestling ha voluto mostrare.

Nel mare magnum dell'informazione, infatti, è buona regola alternare alle notizie importanti sull'andamento del nostro Mondo anche qualcosa di leggero. Si chiama "cronaca bianca", opposta a quella nera che racconta le tante tragedie che purtroppo accadono quotidianamente in questo o quell'angolo del Pianeta.

E ovviamente diversa dalla cronaca politica, quella economica e così via.

Ad occuparsi di Big Show e Strowman sono stati due media molto diversi tra loro: Striscia la Notizia e il Fatto Quotidiano. La popolare trasmissione di Canale 5 ha presentato l'episodio all'interno della rubrica 'Cabaret di pasticcini', una raccolta di filmati comici pescati in rete.

A chiudere la clip ecco le immagini di Raw, con l'immancabile commento del conduttore Salvo Ficarra: "Finalmente una cosa vera in un incontro di wrestling".

(QUI IL LINK)

Il Fatto Quotidiano ha invece pubblicato il video del crollo del ring, con tanto di breve spiegazione, nella sezione 'Sport & Miliardi' (QUI IL LINK).

Il vero putiferio si è verificato quando lo stesso contenuto è stato postato sulla pagina Facebook del giornale. Perché qui si sono potuti scatenare i commenti degli utenti del web. Per farvene un'idea date un'occhiata voi stessi:



Il tema è sempre lo stesso: il wrestling è finto e chi lo segue è un microcefalo, magari anche guerrafondaio.

E spiega in maniera plastica e incontestabile perché Trump sia presidente degli Stati Uniti.

Vi riportiamo alcuni di questi commenti, che peraltro sono facilmente ritrovabili anche nel link allegato qui sopra:

↓ VISUALIZZA TABELLONE ↓


Come spiegare tanta violenza verbale nei confronti di qualcosa che potrebbe semplicemente limitarsi a non interessare? Sembra chiaro che una bella fetta del popolo italiano rivendichi una "superiorità culturale" nei confronti di una disciplina che, semplicemente, non fa parte della nostra cultura.

Il genere umano, come forma di intrattenimento, ha sempre gradito le simulazioni di guerra, battaglia, rissa.

Nelle fiere americane questa esigenza di "staccare la mente" si traduceva nella lotta libera, poi evolutasi nel wrestling professionistico. In Italia, per esempio, c'è sempre stata la boxe come sport da combattimento anche fieristico e dilettantistico.

Ma questo non ci ha reso più o meno stupidi di altri, è solo una modalità di trascorrere quel tempo che possiamo non dedicare alle cose importanti della vita.

Ma l'Italia ha sempre fatto l'occhiolino all'America, importandone usi, costumi e format senza necessariamente studiarne i funzionamenti.

E il funzionamento del wrestling, come noto, è quello di atleti preparatissimi dal punto di vista fisico e sempre allenati che creano insieme una battaglia tra di loro con alle spalle una storia da raccontare.

Non c'è niente di male. Non c'è niente da spiegare.

La rissa è finta (meglio dire simulata), il vincitore è finto (meglio dire predeterminato). Ma è uno sport-spettacolo.

Una rappresentazione che per essere tale necessita l'utilizzo di mezzi fisici. E semplicemente è retaggio di una cultura che non è la nostra. Noi impazziamo per le scazzottate di Bud Spencer & Terence Hill, anche quelle sono finte e necessarie a raccontare una storia (per quanto non da Premio Nobel).

Ma nessuno alza la voce. Perché quelle scazzottate fanno talmente parte della nostra cultura che non ci vediamo niente di male.

D'altra parte veniamo costantemente bombardati da contenuti ad altissima connotazione trash (gente che urla nei talk show televisivi, tifosi di calcio che manifestano la loro fede come se fossero ultras che quasi sempre non sono, finte storie d'amore raccontate in trasmissioni che si presentano come portatrici di vicende reali della vita di ogni giorno).

Lo scopo di questi contenuti è lo stesso: permettere di prendersi quei dieci minuti o quelle due ore al giorno in cui staccare la spina, seguire una storia di cui si conoscono voci, protagonisti e loro inclinazioni e scegliere qualcuno da parteggiare e qualcun altro da osteggiare.

In America questo lo fa (anche) il wrestling.

Solo che spesso una piccola moltitudine di persone sente il bisogno di esprimere la sua superiorità su qualcosa di diverso, che non condivide e magari non capisce.

In Italia il tiro al wrestling è fin troppo facile, perché manca il contradditorio e spesso se questo c'è fatica a difendere le proprie posizioni.

Proprio perché figlie di una cultura diversa.

E' come quando da piccoli ci troviamo a dover giustificare allo sguardo severo di nostro padre quell'amico che viene da lontano e che ci ha insegnato tante cose interessanti.

Ma che puntualmente nostro padre nota solo quando commette qualche marachella.

Non vale nemmeno la pena arrabbiarsi, o perdere il proprio tempo a rispondere. La cultura può anche cambiare, ma certo non in un quarto d'ora e nemmeno in qualche mese.

Certo è che questa reazione così violenta e condivisa per soli 50 secondi di filmato (senza nemmeno una sberla, tra l'altro) spiega chiaramente a noi fan di wrestling per quale motivo dovremo aspettare ancora anni prima che la WWE guardi l'Italia come un reale mercato in cui investire se non per un paio di eventi live all'anno.

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